"Per la prima volta i Cure hanno lavorato con un produttore: l'uomo in questione è Ross Robinson, la cui collaborazione con gruppi come Korn, Vex Red e Slipknot lo hanno probabilmente reso il più influente cesellatore di suoni dell'ultima decade. Profondamente colpito dai Cure già in età adolescnziale, Robinson ha pubblicamente affermato che lavorare con la band sarebbe stato davvero il suo massimo e la sua determinazione nel rendere questo lavoro il miglior album dei Cure in assoluto li ha spinti tutti verso nuovi confini - ecco perché si sono accontentati di intitolarlo semplicemente The Cure." Ultimamente le cartelle stampa, errori grammaticali compresi, sono illuminanti. "I can't find myself" nell'iniziale Lost, che aspetta aspetta, richiede attenzione: un covante Cure dramma con il fader che spatola le minacciose onde di elettricità. E, attenzione, la successiva Labyrinth, ruvida e serpeggiante, con la voce di Smith che lampeggia allarmata in lontananza. Stai a vedere.... No. Dal terzo pezzo scatta il pilota automatico. Dietro l'angolo, come un babau, uno sterile già sentito. Niente di nuovo rispetto agli ultimi Cure, e vedrai comunque che il video del primo singolo "The end of the world" , regia dell'italiana Flora Sigismondi, non solo conquisterà un sacco di teen agers tipo "Cure? Mai sentiti", ma darà quell'espressione tronfia ai vecchi fan, che grideranno al gran ritorno. Purtroppo i pezzi, sentiti e risentiti, si rivelano molto piatti e vuoti, dal fallimento pop di (I Don't Know What's Going) On alla farsa dei 10 minuti della finale The Promise. Effettivamente The Cure è un disco di bruttezza epocale.
voto 3
Christian Zingales - Blow Up Magazine
e poi dite che sono stato cattivo...
freestate






