sei stato meraviglioso. in tutto il post, ma qui mi so emozionato.francesco ha scritto: Per questi motivi considero ULTRA il disco + bello dei DM ....equilibrato, Intimista, e soprattutto sempre Attuale e difficilmente collocabile in un periodo Storico.....
Francesco.
I DM rock band o semplicemente band elettronica ?
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Come batteria di singoli (Barrel/It's no good/Home/Useless) Ultra è sicuramente uno dei dischi più importanti.
Il resto però (a parte SON e Insight), per me non è all'altezza degli episodi più belli.
Come album del tutto omogeneo, e anch'esso non collocabile da nessuna parte precisa, scelgo tutta la vita BC
fine OT
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Mauro lo so...Lettera 22 ha scritto:Come batteria di singoli (Barrel/It's no good/Home/Useless) Ultra è sicuramente uno dei dischi più importanti.
Il resto però (a parte SON e Insight), per me non è all'altezza degli episodi più belli.
Come album del tutto omogeneo, e anch'esso non collocabile da nessuna parte precisa, scelgo tutta la vita BC![]()
fine OT
Se ascolto ora ULTRA potrebbe essere uscito 6 mesi fa, suoni sempre freschi e ariosi...
Se ascolto BC ci sento Berlino metà anni 80 ...mi rivedo con i capelli cotonati e in pelle Nera....
Fine OT
Francesco.
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ma nessuno nega come i depeche Mode siano cambiati nel tempo, dopo aver goduto di una vera evoluzione.
è diverso dal riconoscere e dal rimpiangere come funzionavano non solo negli '80, ma fino a poco più di una decina di anni fa, quando forse ci saremmo trovati tutti d'accordo.
Tra gli appassionati di sempre io credo che anche chi oggi apprezza un disco come Sounds fa difficoltà a preferirlo ad uno come Ultra, e con quest'ultimo parliamo di un lavoro appena postumo al peggior periodo privato che la band abbia mai attraversato.
Se son paragoni terra terra tanto meglio, ma facciamo a capirci una buona volta.
Oltre i manifesti eclettici, le lodi all'astrattismo musicale e le sventagliate poetiche devolute alla famosa arte contemporanea.
best earthearth
è diverso dal riconoscere e dal rimpiangere come funzionavano non solo negli '80, ma fino a poco più di una decina di anni fa, quando forse ci saremmo trovati tutti d'accordo.
Tra gli appassionati di sempre io credo che anche chi oggi apprezza un disco come Sounds fa difficoltà a preferirlo ad uno come Ultra, e con quest'ultimo parliamo di un lavoro appena postumo al peggior periodo privato che la band abbia mai attraversato.
Se son paragoni terra terra tanto meglio, ma facciamo a capirci una buona volta.
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Non posso che essere d'accordo.francesco ha scritto: "Cioè spogliamoci dei preconcetti e del mondo e delle regole che ci siamo costruiti e che ora ci stritolano"....Ok....buttiamoci e rischiamo...
Però da amante della musica e avendo avuto la possibilità di viverla credo che un distinguo tecnico vada fatto....
Il Rock dei DM è molto particolare......l'assenza di un basso non è cosa da poco.....una massiccia dose di Basi che Aimè Alan dosava con maestria...
Non credo sia così semplice fare un confronto con una Rock band convenzionale pur quanto Ottima.....
Mi ripeto....i DM di SOFAD erano Strepitosi....ma se nella fase Elettronica dopo gli inizi easy si conquistarono da CTA in poi la legittimazione e l'accesso a Band Creativa e Innovativa e i paragoni Teutonici e Sinth Britanniani a quel punto erano Fuori luogo........SOFAD è un disco Stupendo ma tanto tanto debitore a cose già sentite anni prima....
Per questi motivi considero ULTRA il disco + bello dei DM ....equilibrato, Intimista, e soprattutto sempre Attuale e difficilmente collocabile in un periodo Storico.....
Ultra nelle mie personali preferenze sta a SOFAD come Coppi sta a Bartali.
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Depeche Mode: Sounds of the Universe tratto da rockschock
ccoci finalmente al dodicesimo album in studio dei Depeche Mode che, messe da parte le burrascose vicende personali, di perdere un colpo proprio non ne vogliono sapere. E men che meno questa volta!
Sounds of the Universe – chiariamolo subito – è un bel disco, maturo, corposo, con molta sostanza. E anche con molta apparenza. E’ fatto da tredici belle canzoni, molto atmosferiche e sognanti, meditative senza rinunciare a (leggere) pulsazioni ritmiche.
Messi da parte i rumorismi noise di Playing the Angel, i Depeche Mode di oggi sono molto più attenti ai dettagli sonori che non all’impatto ritmico delle loro canzoni. E men che meno se ne fregano (stavolta) di cercare cori da stadio, tanto che davvero la filastrocca/cantilena/preghiera Wrong è probabilmente la canzone più adatta a essere pubblicata come singolo, oltre ad essere la più robusta ed energica dell’intero lotto.
Sounds of the Universe è fatto di brani solo apparentemente fragili, mente in realtà la sua materia prima è composta da 13 canzoni spesso davvero belle e comunque il cui livello è superiore alla media di un album dei Depeche, che nel recente passato ci avevano abituato a una manciata di singoli mozzafiato intramezzati da qualche riempitivo.
Come anche in Playing the Angel, anche questa volta Dave Gahan ha voluto mettere la sua firma e sono tre le canzoni firmate da lui invece che dal solito Martin Gore. Hole the Feed, ad esempio, è composta proprio da Gahan in combutta col suo fido Christian Eigner, batterista ufficiale dei Depeche nonché coautore del recente album solista di Dave. Si tratta di un blues acido e minimale che conferma, anche per il fatto di arrivare seconda in scaletta, ribadisce i ruoli dei tre titolari del marchio Depeche Mode: Martin Gore compositore principale, Dave Gahan front-man e compositore secondario e Andrew Fletchereconomo e business planner del gruppo, oltre che con l’ingrato compito di tentare di evitare che Gore e Gahan s’accapiglino di continuo (Fletcher di fatto non suona alcuno strumento se non qualche tastiera per produrre texture, contributo che rimane pressoché identico anche sul palco).
Se vogliamo cercare qualche parente stretto di quest’album nell’albero genealogico dei Depeche Mode, dobbiamo cercalo tra le pieghe proprio di Playing the Angel (e in particolare in Lilian) e nelle trame pop post industriali di Same Great Reward e Black Celebration, in cui ancora Gore non aveva scoperto che poteva giocare ad essere una rockstar con una chitarra a tracolla, uscendo quindi da dietro i sintetizzatori.
Il sound di quest’album, forse mai come questa volta così curato, è ricchissimo di dettagli che si possono scoprire solo dopo attenti e ripetuti ascolti, meglio se in cuffia e ad alto volume. Realizzato prevalentemente, ma non solo, con sintetizzatori analogici e con vecchi Moog, ben si presta ad essere apprezzato con impianti di qualità, quasi rinnegando la possibilità che invece molto probabilmente la maggior parte degli ascoltatori lo sacrificheranno in insipide cuffiette e lo appiattiranno comprimendolo in mp3. (I primi ascolti dell’album li ho ottenuti da una versione mp3 a 192 kbps, ma ben presto sono riuscito a rintracciare una versione a 320 kbps, che rende giustizia al certosino lavoro di costruzione sonora fatto in studio, fa addirittura cambiare di senso alcuni brani e non ha fatto altro che mettermi addoso la smania di acquistare e spararmi a tutto volume la versione in DTS).
La forza e la grandezza dei Depeche Mode sta nell’essere sempre uguali a sé stessi e sempre diversi, sempre riconoscibili senza mai ripetersi, sempre un passo distanti a quello che avevano fatto in precedenza senza mai creare rivoluzioni che possano disorientare il pubblico. E anche Sound of the Universe in questo senso non fa eccezione.Ultimo, ma non ultimo, segnaliamo che Sounds of the Universe esce il 21 aprile in una multitudine di formati, compreso un box set zeppo di rarità e con audio multicanale da leccasi i baffi.
ccoci finalmente al dodicesimo album in studio dei Depeche Mode che, messe da parte le burrascose vicende personali, di perdere un colpo proprio non ne vogliono sapere. E men che meno questa volta!
Sounds of the Universe – chiariamolo subito – è un bel disco, maturo, corposo, con molta sostanza. E anche con molta apparenza. E’ fatto da tredici belle canzoni, molto atmosferiche e sognanti, meditative senza rinunciare a (leggere) pulsazioni ritmiche.
Messi da parte i rumorismi noise di Playing the Angel, i Depeche Mode di oggi sono molto più attenti ai dettagli sonori che non all’impatto ritmico delle loro canzoni. E men che meno se ne fregano (stavolta) di cercare cori da stadio, tanto che davvero la filastrocca/cantilena/preghiera Wrong è probabilmente la canzone più adatta a essere pubblicata come singolo, oltre ad essere la più robusta ed energica dell’intero lotto.
Sounds of the Universe è fatto di brani solo apparentemente fragili, mente in realtà la sua materia prima è composta da 13 canzoni spesso davvero belle e comunque il cui livello è superiore alla media di un album dei Depeche, che nel recente passato ci avevano abituato a una manciata di singoli mozzafiato intramezzati da qualche riempitivo.
Come anche in Playing the Angel, anche questa volta Dave Gahan ha voluto mettere la sua firma e sono tre le canzoni firmate da lui invece che dal solito Martin Gore. Hole the Feed, ad esempio, è composta proprio da Gahan in combutta col suo fido Christian Eigner, batterista ufficiale dei Depeche nonché coautore del recente album solista di Dave. Si tratta di un blues acido e minimale che conferma, anche per il fatto di arrivare seconda in scaletta, ribadisce i ruoli dei tre titolari del marchio Depeche Mode: Martin Gore compositore principale, Dave Gahan front-man e compositore secondario e Andrew Fletchereconomo e business planner del gruppo, oltre che con l’ingrato compito di tentare di evitare che Gore e Gahan s’accapiglino di continuo (Fletcher di fatto non suona alcuno strumento se non qualche tastiera per produrre texture, contributo che rimane pressoché identico anche sul palco).
Se vogliamo cercare qualche parente stretto di quest’album nell’albero genealogico dei Depeche Mode, dobbiamo cercalo tra le pieghe proprio di Playing the Angel (e in particolare in Lilian) e nelle trame pop post industriali di Same Great Reward e Black Celebration, in cui ancora Gore non aveva scoperto che poteva giocare ad essere una rockstar con una chitarra a tracolla, uscendo quindi da dietro i sintetizzatori.
Il sound di quest’album, forse mai come questa volta così curato, è ricchissimo di dettagli che si possono scoprire solo dopo attenti e ripetuti ascolti, meglio se in cuffia e ad alto volume. Realizzato prevalentemente, ma non solo, con sintetizzatori analogici e con vecchi Moog, ben si presta ad essere apprezzato con impianti di qualità, quasi rinnegando la possibilità che invece molto probabilmente la maggior parte degli ascoltatori lo sacrificheranno in insipide cuffiette e lo appiattiranno comprimendolo in mp3. (I primi ascolti dell’album li ho ottenuti da una versione mp3 a 192 kbps, ma ben presto sono riuscito a rintracciare una versione a 320 kbps, che rende giustizia al certosino lavoro di costruzione sonora fatto in studio, fa addirittura cambiare di senso alcuni brani e non ha fatto altro che mettermi addoso la smania di acquistare e spararmi a tutto volume la versione in DTS).
La forza e la grandezza dei Depeche Mode sta nell’essere sempre uguali a sé stessi e sempre diversi, sempre riconoscibili senza mai ripetersi, sempre un passo distanti a quello che avevano fatto in precedenza senza mai creare rivoluzioni che possano disorientare il pubblico. E anche Sound of the Universe in questo senso non fa eccezione.Ultimo, ma non ultimo, segnaliamo che Sounds of the Universe esce il 21 aprile in una multitudine di formati, compreso un box set zeppo di rarità e con audio multicanale da leccasi i baffi.
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Concordo in pieno! Fletch al Moog Source,Martin al CS 15 e Alan al Jupiter 4..alexmasterj ha scritto:questo non è proprio nulla..in una delle versioni, per me, piu brutte della storia Dm![]()
Comunque con un piccolo filo di rammarico vorrei ancora definirli una band elettronica.....e magari rivederli tutti e tre ..compreso alan... dietro alle tastiere..con gordeno ed il cinghialone biondo buttati giu dal palco.ogiu nel cesso![]()
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