Pet Shop Boys - Super
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Leaveinsilence
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Dal mio punto di vista, i Pet Shop Boys sono sempre stati un gruppo sfuggente ad ogni tipo di catalogazione.
Non tanto per i contenuti della loro musica, nel complesso improntata sin dagli inizi ad un techno – pop di facile richiamo, quanto per la posizione della band di Chris Lowe e Neil Tennant nella considerazione del pubblico.
Intanto, ed è questo un primo fattore di curiosità, i Pet Shop Boys sono esplosi proprio nel momento in cui il genere in cui si identificano stava avviandosi al declino (1984), a vantaggio di schemi più acustici e di formule meno sperimentali, anche laddove il sintetizzatore aveva da qualche anno conquistato l'egemonia.
Ancor più interessante però è l'insolita natura del loro successo, protrattosi pressoché ininterrottamente fino ai giorni nostri senza nessuna brusca impennata ma anche senza mai soffrire crepe, per di più sulla base di un profilo mantenutosi sempre sostanzialmente coerente con se stesso: questo stupisce molto, soprattutto nel contesto della musica pop, che tende a bruciare i trionfi, anche i più esaltanti, alla velocità delle luce, spesso anche per incapacità di chi ha beneficiato di tanta gloria, nel saperla adeguatamente gestire.
I Pet Shop Boys, invece, senza mai deviare dalla loro impostazione, hanno sì scalato le classifiche con i loro singoli di apprezzabile qualità, come stile, cura degli arrangiamenti ed interpretazione, eppure non hanno mai davvero spiccato il volo, né sono mai diventati una band di culto alla Cure o Depeche Mode; d'altra parte, non hanno mai nemmeno avuto pesanti cadute o grossi incidenti di percorso, né sul piano commerciale né sul piano artistico, e questo nell'arco di quasi trent'anni di carriera.
Sono come un motore che, una volta avviato, prosegue sempre a medio regime auto alimentandosi, senza accelerazioni né pause, ed a prescindere dalle caratteristiche della strada da percorrere.
Tutto ciò li rende a mio modo di vedere un caso speciale, anche al di là dei contenuti della loro musica.
Vi è mai capitato di veder qualcuno stracciarsi le vesti per Chris Lowe e Neil Tennant, o anche solo che ne parli come della propria band preferita? Eppure, pochi possono dire di non conoscere ed apprezzare una fetta significativa del loro repertorio, o almeno dei loro singoli.
Insomma, ed è questa un'impressione ricorrente durante il concerto di Pavia, hanno saputo infilarsi "subdolamente" nelle nostre esistenze come un sottile sottofondo, sono diventati parte di noi senza nemmeno che ce ne accorgessimo, (ricordavo come dei loro pezzi siano finiti in alcuni cinepanettoni di Vanzina, a partire dal primo Vacanze di Natale, forse l'unico accettabile della serie), e continuano ad esserlo così, in punta di piedi, senza ricorrere a mega produzioni od investimenti promozionali colossali. E senza sollevare la benché minima scena di isteria.
Questa è la loro grande forza, la dimostrazione di come con idee, stile e professionalità impeccabile, anche con un budget limitato si possa realizzare ottima musica e lasciare nel tempo un segno molto più profondo di tante altre band che, per elemosinare qualche passaggio radiofonico o l'intervista alla MTV di turno, devono inseguire affannosamente una falsa idea di trasgressione o comunque puntare su proposte usa e getta di nessun valore artistico.
Anzi, spesso è proprio la carenza di mezzi e di risorse a pungolare la creatività: non è un caso che la maggior parte dei gruppi abbia prodotto le cose migliori agli inizi della loro carriera, durante i tempi più duri, quando magari si faceva fatica strappare una serata presso il più malfamato dei club di provincia.
In questo caso, nel concerto di Pavia luci stroboscopiche, fantascientifiche proiezioni visive, quattro ballerini e cubi in cartone sono sufficienti per allestire coreografie dense e coinvolgenti, mentre la scaletta è composta di brani che, talora proposti in medley, e spesso rielaborati con spasmodica cura per i dettagli, innestano dinamiche intriganti ed inedite: esemplare la versione di West End Girls, con un intenso intro elettronico, ma anche gli altri classici brillano per fascino e modernità.
Quanto a Tennant, è un po' la personificazione di quanto si diceva sopra: pur nell'uniformità sostanziale di timbro e tonalità, la sua voce risulta sempre così terribilmente ammaliante e probabilmente inimitabile; senza mai strafare, appare sempre misurato e padrone della scena, con un'esperienza da veterano e un tocco di estro alla Elton John, tra lustrini e sfarzosi cappelli a piume.
Insomma, facendo leva su null'altro che la loro genialità, da cui continuano a pescare a piene mani nonostante gli anni trascorsi e le certezze acquisite, i nostri ci regalano una performance completa, sia dal punto di vista musicale che visivo, impartendo un saggio di classe ed eleganza degni della sontuosa cornice che ospita l'evento (il castello visconteo di Pavia).
Un saluto,
Leave
Non tanto per i contenuti della loro musica, nel complesso improntata sin dagli inizi ad un techno – pop di facile richiamo, quanto per la posizione della band di Chris Lowe e Neil Tennant nella considerazione del pubblico.
Intanto, ed è questo un primo fattore di curiosità, i Pet Shop Boys sono esplosi proprio nel momento in cui il genere in cui si identificano stava avviandosi al declino (1984), a vantaggio di schemi più acustici e di formule meno sperimentali, anche laddove il sintetizzatore aveva da qualche anno conquistato l'egemonia.
Ancor più interessante però è l'insolita natura del loro successo, protrattosi pressoché ininterrottamente fino ai giorni nostri senza nessuna brusca impennata ma anche senza mai soffrire crepe, per di più sulla base di un profilo mantenutosi sempre sostanzialmente coerente con se stesso: questo stupisce molto, soprattutto nel contesto della musica pop, che tende a bruciare i trionfi, anche i più esaltanti, alla velocità delle luce, spesso anche per incapacità di chi ha beneficiato di tanta gloria, nel saperla adeguatamente gestire.
I Pet Shop Boys, invece, senza mai deviare dalla loro impostazione, hanno sì scalato le classifiche con i loro singoli di apprezzabile qualità, come stile, cura degli arrangiamenti ed interpretazione, eppure non hanno mai davvero spiccato il volo, né sono mai diventati una band di culto alla Cure o Depeche Mode; d'altra parte, non hanno mai nemmeno avuto pesanti cadute o grossi incidenti di percorso, né sul piano commerciale né sul piano artistico, e questo nell'arco di quasi trent'anni di carriera.
Sono come un motore che, una volta avviato, prosegue sempre a medio regime auto alimentandosi, senza accelerazioni né pause, ed a prescindere dalle caratteristiche della strada da percorrere.
Tutto ciò li rende a mio modo di vedere un caso speciale, anche al di là dei contenuti della loro musica.
Vi è mai capitato di veder qualcuno stracciarsi le vesti per Chris Lowe e Neil Tennant, o anche solo che ne parli come della propria band preferita? Eppure, pochi possono dire di non conoscere ed apprezzare una fetta significativa del loro repertorio, o almeno dei loro singoli.
Insomma, ed è questa un'impressione ricorrente durante il concerto di Pavia, hanno saputo infilarsi "subdolamente" nelle nostre esistenze come un sottile sottofondo, sono diventati parte di noi senza nemmeno che ce ne accorgessimo, (ricordavo come dei loro pezzi siano finiti in alcuni cinepanettoni di Vanzina, a partire dal primo Vacanze di Natale, forse l'unico accettabile della serie), e continuano ad esserlo così, in punta di piedi, senza ricorrere a mega produzioni od investimenti promozionali colossali. E senza sollevare la benché minima scena di isteria.
Questa è la loro grande forza, la dimostrazione di come con idee, stile e professionalità impeccabile, anche con un budget limitato si possa realizzare ottima musica e lasciare nel tempo un segno molto più profondo di tante altre band che, per elemosinare qualche passaggio radiofonico o l'intervista alla MTV di turno, devono inseguire affannosamente una falsa idea di trasgressione o comunque puntare su proposte usa e getta di nessun valore artistico.
Anzi, spesso è proprio la carenza di mezzi e di risorse a pungolare la creatività: non è un caso che la maggior parte dei gruppi abbia prodotto le cose migliori agli inizi della loro carriera, durante i tempi più duri, quando magari si faceva fatica strappare una serata presso il più malfamato dei club di provincia.
In questo caso, nel concerto di Pavia luci stroboscopiche, fantascientifiche proiezioni visive, quattro ballerini e cubi in cartone sono sufficienti per allestire coreografie dense e coinvolgenti, mentre la scaletta è composta di brani che, talora proposti in medley, e spesso rielaborati con spasmodica cura per i dettagli, innestano dinamiche intriganti ed inedite: esemplare la versione di West End Girls, con un intenso intro elettronico, ma anche gli altri classici brillano per fascino e modernità.
Quanto a Tennant, è un po' la personificazione di quanto si diceva sopra: pur nell'uniformità sostanziale di timbro e tonalità, la sua voce risulta sempre così terribilmente ammaliante e probabilmente inimitabile; senza mai strafare, appare sempre misurato e padrone della scena, con un'esperienza da veterano e un tocco di estro alla Elton John, tra lustrini e sfarzosi cappelli a piume.
Insomma, facendo leva su null'altro che la loro genialità, da cui continuano a pescare a piene mani nonostante gli anni trascorsi e le certezze acquisite, i nostri ci regalano una performance completa, sia dal punto di vista musicale che visivo, impartendo un saggio di classe ed eleganza degni della sontuosa cornice che ospita l'evento (il castello visconteo di Pavia).
Un saluto,
Leave
- daniemt
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sufficienti....perchè...dovrebbe mancare qualcosa?sei fresco di concerto..Leaveinsilence ha scritto:In questo caso, nel concerto di Pavia luci stroboscopiche, fantascientifiche proiezioni visive, quattro ballerini e cubi in cartone sono sufficienti per allestire coreografie dense e coinvolgenti,
Un saluto,
Leave
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Mah, anche questa fissazione che i PSB nella loro 25ennale carriera abbiano fatto esclusivamente techno-pop sempre uguale, non mi trova molto d'accordo.
In realtà hanno fatto pop elettronico "classico" (Please), pop elettronico raffinato e di gran classe (Behaviour), pop più convenzionale e meno electro (Release), pop più commerciale e tamarretto (qualcosa di Very e Nightlife), pop con influenze latino-americane (Bilingual), e anche on stage hanno fatto tour molto teatrali, e altri molto più suonati e anche accompagnati da batterista e chitarrista.
Aggiungiamo che hanno fatto anche una colonna sonora, e anche i produttori per altri artisti (su tutti Dusty Springfield nella mitica Nothing has been proved).
Lasciando stare qui quello in cui sono riusciti in meglio, non mi pare così monocorde la loro produzione.
In realtà hanno fatto pop elettronico "classico" (Please), pop elettronico raffinato e di gran classe (Behaviour), pop più convenzionale e meno electro (Release), pop più commerciale e tamarretto (qualcosa di Very e Nightlife), pop con influenze latino-americane (Bilingual), e anche on stage hanno fatto tour molto teatrali, e altri molto più suonati e anche accompagnati da batterista e chitarrista.
Aggiungiamo che hanno fatto anche una colonna sonora, e anche i produttori per altri artisti (su tutti Dusty Springfield nella mitica Nothing has been proved).
Lasciando stare qui quello in cui sono riusciti in meglio, non mi pare così monocorde la loro produzione.
- Miss Kaleid
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bellissimo!!!Miss Kaleid ha scritto:Ok...West End Girls
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ho cercato da Media World il cd Pop Art ma non c'era
a dire la verità c'era solo questo cd:

nient'altro, sui 15 euro




