Beata lei
Duran Duran: Red Carpet Massacre -16-11-2007!! :D
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- Fennicella
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Ce l'ho fatta!! Anche se imbucata all'ultimo momento - alle 19.00 ero ancora in macchina in direzione Milano - sono ruscita anch'io a vederli.. sono sconvolta dalla stanchezza. Al volo prima che mi crolli la connessione farlocca, ringrazio tutti per il sostegno telefonico, mi spiace non avervi beccato, ma sono arrivata tardi e sono dovuta scappare subito. Ma una curiosita'.. Zina, Q, dove siete iuscite ad arrivare poi?
Avete buttato reggiseni sul palco?
Blacky, poi hai fatto manovra di avvicinamento?
Per la scaletta, non spoilero dicendo che era identica a quella di Roma, evvabbe', io mi sono divertita pogando come una pazza con alcune mamme duraniane
e.. GRANDISSIMI come al solito!!!!!
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- gaugahan
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Due ore e un quarto di emozioni forti.

Duran al meglio. Contenti di suonare e di cantare, e si vedeva. Contenti di essere in mezzo a tanta gente lì per loro, ancora.


Ma Simon...Simon è andato oltre...impossibile staccargli gli occhi di dosso.



Come Undone:
Save A Prayer...ricordando Fellini:
Serata impressa per sempre nella memoria.

Wild Girls at the concert
:

La bionda a destra è la (desaparecida del forum eccetto che per un piede
) michi013. Per esclusione, la mora sono io. 

Duran al meglio. Contenti di suonare e di cantare, e si vedeva. Contenti di essere in mezzo a tanta gente lì per loro, ancora.


Ma Simon...Simon è andato oltre...impossibile staccargli gli occhi di dosso.



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- Lettera 22
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...finalmente....anche gaugahan ha un volto.....ti immaginavo diversa però...
ieri sera, OTTIMO MASSACRO
trovati e "visti" molto ma molto bene (meglio dell'Astronaut per intenderci), acustica dell'Idroscalo ottima che ha consentito di apprezzare al meglio i suoni e le basi elettroniche, che pompavano i brani alla grande.
Electro-set pazzesco (I don't want your love su tutte), un milione di grazie a Rhodes per aver avuto questa idea geniale, perchè tanto è farina del suo sacco
Roger Taylor che suonava le bacchette sui pad elettronici da pelle d'oca, tutte le song di Red Carpet venute benissimo (e apprezzate direi anche dal pubblico). E bravo anche Don Brown, più discreto ovviamente del Taylor fuggiasco, ma la sua funky guitar secondo me ha reso bene...
Per una band che sta in giro ormai da 27 anni, credo che non si possa pretendere nulla di più, anzi....
Mi sono divertito alla grande
ieri sera, OTTIMO MASSACRO
trovati e "visti" molto ma molto bene (meglio dell'Astronaut per intenderci), acustica dell'Idroscalo ottima che ha consentito di apprezzare al meglio i suoni e le basi elettroniche, che pompavano i brani alla grande.
Electro-set pazzesco (I don't want your love su tutte), un milione di grazie a Rhodes per aver avuto questa idea geniale, perchè tanto è farina del suo sacco
Roger Taylor che suonava le bacchette sui pad elettronici da pelle d'oca, tutte le song di Red Carpet venute benissimo (e apprezzate direi anche dal pubblico). E bravo anche Don Brown, più discreto ovviamente del Taylor fuggiasco, ma la sua funky guitar secondo me ha reso bene...
Per una band che sta in giro ormai da 27 anni, credo che non si possa pretendere nulla di più, anzi....
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- silver wing
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- Lettera 22
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Gran bel concerto davvero, anche se c'è stato un momento in cui è parso che i nuvoloni neri che stavano sulle nostre teste volessero rovinarci la festa... e invece no!
siamo stati graziati. E con il gruppo in grandissimo spolvero e un pubblico più che caloroso il divertimento è stato assicurato. Non avevo prestato attenzione alle scalette precedenti, e così ogni brano è stata una sorpesa. Il tempo è volato, i Duran hanno inanellato successi e pure le nuove canzoni di Red carpet massacre nella dimensione live hanno acquistato un altro peso. Poi, quando è arrivata I don't want your love è stata per me l'apoteosi - non la cantavo da secoli, e all'epoca la adoravo. Gradita sorpresa anche l'accenno di Papa was a rolling stone. Godibilissimo il set elettronico, ed esilaranti certe facce e mossette di Simon... comprese le buffe smorfie di dolore qiuando ha ripreso malamente il cembalo che aveva lanciato per aria. Tutto perfetto tranne Rio, per colpa di quella disgraziatissima trovata del po-po-po... bah, mi dissocio. Nel complesso un'ottima performance a cui sono ben felice di aver assistito - urlando e saltando
Salutini tutti speciali a Giacomo, Antonio, Mauro, Linda, Studio e Rita. In arrivo una sorpresina...
Tuf, cosa ti sei perso!
Salutini tutti speciali a Giacomo, Antonio, Mauro, Linda, Studio e Rita. In arrivo una sorpresina...
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Leaveinsilence
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Volendo esprimere un giudizio il più possibile equilibrato, l'ultima fatica dei Duran Duran, Red Carpet Massacre, rappresenta un disco quantomeno controverso.
Sul lato positivo, testimonia certamente il desiderio della band di evitare l'incombente tentazione nostalgica a vantaggio della coraggiosa ricerca di soluzioni innovative e più ambiziose, dopo il ritorno trionfale, anche se un po' convenzionale nella formula, segnato da Astronaut. Dall'altra parte, il risultato di questa evoluzione solleva più di una perplessità, per via dell'incoerenza rispetto al gusto che tradizionalmente ha accompagnato il gruppo nel tempo, pur nei cambiamenti che pure sono avvenuti anche di frequente.
Red Carpet Massacre è infatti un lavoro intriso di una dance elettronica marziale e serrata, complice la produzione di Timbaland, guru del genere la cui debordante presenza, però, ha finito per fagocitare la tradizionale, cristallina impronta melodica del gruppo di Birmingham, i cui componenti, di solito ben riconoscibili, vengono irrimediabilmente sommersi sotto una montagna di loop sintetici, ritmi hip-hop ed asettici orpelli tecnologici. A tratti, si ha come l'impressione che l'unico elemento che ancora rievochi i Duran Duran sia la voce di Le Bon, per quanto spaesata. Si capisce quindi come Andy Taylor, di fronte alla piega presa durante le registrazioni del disco, che in effetti lo penalizzava anche più degli altri, se ne sia andato senza troppi complimenti. Sorprendente eccezione, all'interno di questo imponente impasto artificiale, è la sinuosa Falling Down (determinante il contributo di Justin Timberlake?), singolo degno di affiancarsi a pieno titolo ai grandi classici del gruppo, ed in particolare alle ballad, da Save a Prayer a Come Undone. Una menzione la merita anche la speculare She's Too Much.
Il sincero sforzo di agganciare lo spirito dei tempi, insomma, finisce per scontentare molti vecchi fans, che stentano a ritrovare nelle nuove composizioni i Duran che hanno amato, senza nemmeno riuscire a sfondare verso un nuovo bacino di pubblico, in gran parte indifferente, se non ostile, ad una formazione i cui trascorsi lievi e disimpegnati la inchiodano troppo pesantemente ad una certa epoca per pensare di riproporsi credibilmente come fenomeno di perdurante tendenza (Madonna docet), soprattutto in mancanza della necessaria continuità.
Per queste ragioni, nell'economia del nuovo show della band, i nuovi pezzi, per di più riproposti in modo aderente alle versioni su disco, faticano ad integrarsi con il resto della scaletta, né smuovono più di tanto un pubblico invece immediatamente reattivo nei confronti del vecchio repertorio. Al riguardo, colpisce soprattutto l'avvio, in cui tre nuove canzoni infilate una dietro l'altra vedono un pubblico pressoché pietrificato, al di là della rituale ovazione d'apertura, come forse mai si era visto durante un concerto dei Duran.
Parlando di esordio, alla fine destano molta più impressione le note oscure e maestose della colonna sonora di Arancia Meccanica, scelte un po' pretenziosamente, ma dall'impatto assicurato, per accompagnare l'ingresso in scena del gruppo.
Simon Le Bon si presenta ancora in discrete condizioni fisiche e vocali, ma alla lunga appare un po' spossato, talora macchinoso nei movimenti, una sorta di versione al rallentatore dello sfrontato mattatore non solo degli anni di gloria, ma in parte anche dell'ultimo tour. Gli acciacchi dell'età, insomma, iniziano a farsi sentire. Molto in palla, invece, gli altri componenti della band, a partire dal sempre più fresco John Taylor, esteticamente ormai un clone di Sid Vicious, anche se tecnicamente molto più abile di lui nel suonare il basso. Lo stesso Dom Brown, che ha sostituito Andy alla chitarra, compie il suo onesto lavoro, tra l'altro denotando un buon affiatamento con John. Quanto ai componenti aggiunti, al di là della ormai consueta corista di colore, si segnala un sassofonista che, se utile nell'ambito dei pezzi che ne richiedono la presenza, come The Reflex, Notorious o Rio, appare invece un fardello del tutto fuori luogo in brani come Planet Earth o Girls On Film, delle quali finisce per smorzare le vibranti venature rock.
Forse l'esito migliore delle spericolate incursioni electro dell'ultimo disco, è rappresentato da quella che appare la maggiore novità dell'ultimo show duraniano: un set interamente elettronico, che fa il verso agli intimi set acustici che specialmente le affermate band di rock and roll sono solite inserire in mezzo ai loro concerti.
Una sezione che è un chiaro omaggio ad uno dei riferimenti basilari del gruppo, i Kraftwerk, cui rimandano sia la disposizione in rigorosa linea frontale dei quattro Duran, con il chitarrista momentaneamente fuori dalla scena, sia l'innovativo arrangiamento delle canzoni del passato proposte. In particolare, lasciano il segno una frizzante Last Chance On The Starway, a dire il vero uno dei pochi ripescaggi non scontati della serata, una gommosa I Don't Want Your Love e soprattutto una superba versione di Skin Trade, completamente stravolta rispetto all'originale ma ugualmente efficace.
Pagato dazio alla nuova produzione, sono certamente questa e la successiva parte dell'esibizione a sollevare il maggior interesse e coinvolgimento da parte del pubblico, con i classici pezzi estratti da Rio, la sempre devastante Wild Boys e la sontuosa Ordinary World a farla da padrone.
Peccato che, anche in questa circostanza, come nell'Astronaut Tour, vi sia davvero poco spazio per ripescaggi più curiosi, in cui pure il gruppo potrebbe lanciarsi con facilità, in virtù dell'esteso repertorio, della buona qualità di gran parte di esso e in fondo dello stesso livello di partecipazione del pubblico, che in Italia è sempre stato molto fedele a Le Bon e soci, anche nei momenti di sbandamento, invero più commerciale che artistico. Anzi, personalmente appartengo alla schiera di chi sostiene che l'ascesa artistica del gruppo è coincisa proprio col relativo declino nelle vendite. È stato allora, infatti, che la band ha iniziato ad abbattere i confini tra i generi, facendo emergere i propri rispettabilissimi riferimenti e al tempo stesso aprendosi con lucida determinazione alle più disparate influenze stilistiche (glam rock, soul, hip-hop, funky, dance, electro), sagacemente innestate su quel fertile terreno pop che l'ha resa inizialmente famosa e che continua ad essere il suo autentico marchio di fabbrica.
Pur nelle contraddizioni e negli esiti alterni, tale vena sperimentale di fondo non è mai venuta meno, ed è proprio questa che fa ben sperare per il futuro del gruppo, unitamente al ritrovato affiatamento fra i suoi membri, testimoniato tra l'altro dall'atteggiamento disinvolto, rilassato, giocoso, che spesso traspariva anche sui loro volti. Specialmente quello di John, lustro (quasi) quanto quello del nostro Presidente del Consiglio!
Sul lato positivo, testimonia certamente il desiderio della band di evitare l'incombente tentazione nostalgica a vantaggio della coraggiosa ricerca di soluzioni innovative e più ambiziose, dopo il ritorno trionfale, anche se un po' convenzionale nella formula, segnato da Astronaut. Dall'altra parte, il risultato di questa evoluzione solleva più di una perplessità, per via dell'incoerenza rispetto al gusto che tradizionalmente ha accompagnato il gruppo nel tempo, pur nei cambiamenti che pure sono avvenuti anche di frequente.
Red Carpet Massacre è infatti un lavoro intriso di una dance elettronica marziale e serrata, complice la produzione di Timbaland, guru del genere la cui debordante presenza, però, ha finito per fagocitare la tradizionale, cristallina impronta melodica del gruppo di Birmingham, i cui componenti, di solito ben riconoscibili, vengono irrimediabilmente sommersi sotto una montagna di loop sintetici, ritmi hip-hop ed asettici orpelli tecnologici. A tratti, si ha come l'impressione che l'unico elemento che ancora rievochi i Duran Duran sia la voce di Le Bon, per quanto spaesata. Si capisce quindi come Andy Taylor, di fronte alla piega presa durante le registrazioni del disco, che in effetti lo penalizzava anche più degli altri, se ne sia andato senza troppi complimenti. Sorprendente eccezione, all'interno di questo imponente impasto artificiale, è la sinuosa Falling Down (determinante il contributo di Justin Timberlake?), singolo degno di affiancarsi a pieno titolo ai grandi classici del gruppo, ed in particolare alle ballad, da Save a Prayer a Come Undone. Una menzione la merita anche la speculare She's Too Much.
Il sincero sforzo di agganciare lo spirito dei tempi, insomma, finisce per scontentare molti vecchi fans, che stentano a ritrovare nelle nuove composizioni i Duran che hanno amato, senza nemmeno riuscire a sfondare verso un nuovo bacino di pubblico, in gran parte indifferente, se non ostile, ad una formazione i cui trascorsi lievi e disimpegnati la inchiodano troppo pesantemente ad una certa epoca per pensare di riproporsi credibilmente come fenomeno di perdurante tendenza (Madonna docet), soprattutto in mancanza della necessaria continuità.
Per queste ragioni, nell'economia del nuovo show della band, i nuovi pezzi, per di più riproposti in modo aderente alle versioni su disco, faticano ad integrarsi con il resto della scaletta, né smuovono più di tanto un pubblico invece immediatamente reattivo nei confronti del vecchio repertorio. Al riguardo, colpisce soprattutto l'avvio, in cui tre nuove canzoni infilate una dietro l'altra vedono un pubblico pressoché pietrificato, al di là della rituale ovazione d'apertura, come forse mai si era visto durante un concerto dei Duran.
Parlando di esordio, alla fine destano molta più impressione le note oscure e maestose della colonna sonora di Arancia Meccanica, scelte un po' pretenziosamente, ma dall'impatto assicurato, per accompagnare l'ingresso in scena del gruppo.
Simon Le Bon si presenta ancora in discrete condizioni fisiche e vocali, ma alla lunga appare un po' spossato, talora macchinoso nei movimenti, una sorta di versione al rallentatore dello sfrontato mattatore non solo degli anni di gloria, ma in parte anche dell'ultimo tour. Gli acciacchi dell'età, insomma, iniziano a farsi sentire. Molto in palla, invece, gli altri componenti della band, a partire dal sempre più fresco John Taylor, esteticamente ormai un clone di Sid Vicious, anche se tecnicamente molto più abile di lui nel suonare il basso. Lo stesso Dom Brown, che ha sostituito Andy alla chitarra, compie il suo onesto lavoro, tra l'altro denotando un buon affiatamento con John. Quanto ai componenti aggiunti, al di là della ormai consueta corista di colore, si segnala un sassofonista che, se utile nell'ambito dei pezzi che ne richiedono la presenza, come The Reflex, Notorious o Rio, appare invece un fardello del tutto fuori luogo in brani come Planet Earth o Girls On Film, delle quali finisce per smorzare le vibranti venature rock.
Forse l'esito migliore delle spericolate incursioni electro dell'ultimo disco, è rappresentato da quella che appare la maggiore novità dell'ultimo show duraniano: un set interamente elettronico, che fa il verso agli intimi set acustici che specialmente le affermate band di rock and roll sono solite inserire in mezzo ai loro concerti.
Una sezione che è un chiaro omaggio ad uno dei riferimenti basilari del gruppo, i Kraftwerk, cui rimandano sia la disposizione in rigorosa linea frontale dei quattro Duran, con il chitarrista momentaneamente fuori dalla scena, sia l'innovativo arrangiamento delle canzoni del passato proposte. In particolare, lasciano il segno una frizzante Last Chance On The Starway, a dire il vero uno dei pochi ripescaggi non scontati della serata, una gommosa I Don't Want Your Love e soprattutto una superba versione di Skin Trade, completamente stravolta rispetto all'originale ma ugualmente efficace.
Pagato dazio alla nuova produzione, sono certamente questa e la successiva parte dell'esibizione a sollevare il maggior interesse e coinvolgimento da parte del pubblico, con i classici pezzi estratti da Rio, la sempre devastante Wild Boys e la sontuosa Ordinary World a farla da padrone.
Peccato che, anche in questa circostanza, come nell'Astronaut Tour, vi sia davvero poco spazio per ripescaggi più curiosi, in cui pure il gruppo potrebbe lanciarsi con facilità, in virtù dell'esteso repertorio, della buona qualità di gran parte di esso e in fondo dello stesso livello di partecipazione del pubblico, che in Italia è sempre stato molto fedele a Le Bon e soci, anche nei momenti di sbandamento, invero più commerciale che artistico. Anzi, personalmente appartengo alla schiera di chi sostiene che l'ascesa artistica del gruppo è coincisa proprio col relativo declino nelle vendite. È stato allora, infatti, che la band ha iniziato ad abbattere i confini tra i generi, facendo emergere i propri rispettabilissimi riferimenti e al tempo stesso aprendosi con lucida determinazione alle più disparate influenze stilistiche (glam rock, soul, hip-hop, funky, dance, electro), sagacemente innestate su quel fertile terreno pop che l'ha resa inizialmente famosa e che continua ad essere il suo autentico marchio di fabbrica.
Pur nelle contraddizioni e negli esiti alterni, tale vena sperimentale di fondo non è mai venuta meno, ed è proprio questa che fa ben sperare per il futuro del gruppo, unitamente al ritrovato affiatamento fra i suoi membri, testimoniato tra l'altro dall'atteggiamento disinvolto, rilassato, giocoso, che spesso traspariva anche sui loro volti. Specialmente quello di John, lustro (quasi) quanto quello del nostro Presidente del Consiglio!
...alcune considerazioni...
...Nick Rhodes scattava foto a destra e a sinistra col telefonino...eh...queste tastiere moderne che ti lasciano le mani libere...
...Tempted assomiglia troppo ma veramente troppo a Remind me di Royksopp...
...Simon durante Girls on films si è presentato da solo...memore di Verona 2005...dove chiese di dire il suo nome all'unica presente che ignorava l'inglese...
...la cover di Seven nation army dei White stripes (il po-po-po ha un nome...)prima di Rio è stata patetica...ma si vede che noi italiani alla fine ce la meritiamo...
...tutto sommato bel concerto...forse meglio dell'Astronaut Tour a livello musicale...ma vuoi mettere l'emozione di rivedere i 5 Duran originali sul palco dopo 20 anni...che a Milano fecero pure Hold back the rain...
...è stato per me molto strano vedere cosi' da vicino i Duran...cosi' alla mano...cosi' semplici,paesani...da Festa dell'Unità...e pensare che 25 anni fa questi signori smuovevano le masse quasi come i Beatles...scene di isteria collettiva...pianti ed impianti (tricologici...a chi si strappava i capelli al loro passaggio...)
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...Tempted assomiglia troppo ma veramente troppo a Remind me di Royksopp...
...Simon durante Girls on films si è presentato da solo...memore di Verona 2005...dove chiese di dire il suo nome all'unica presente che ignorava l'inglese...
...la cover di Seven nation army dei White stripes (il po-po-po ha un nome...)prima di Rio è stata patetica...ma si vede che noi italiani alla fine ce la meritiamo...
...tutto sommato bel concerto...forse meglio dell'Astronaut Tour a livello musicale...ma vuoi mettere l'emozione di rivedere i 5 Duran originali sul palco dopo 20 anni...che a Milano fecero pure Hold back the rain...
...è stato per me molto strano vedere cosi' da vicino i Duran...cosi' alla mano...cosi' semplici,paesani...da Festa dell'Unità...e pensare che 25 anni fa questi signori smuovevano le masse quasi come i Beatles...scene di isteria collettiva...pianti ed impianti (tricologici...a chi si strappava i capelli al loro passaggio...)
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Leaveinsilence
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