Le vostre recensioni

Discussioni generali sui Depeche Mode

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devotional
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Le vostre recensioni

Messaggio da devotional »

Bene, a gran richiesta, apro personalmente questo spazio.

Se qualcuno ha voglia di postare propri pensieri riguardo ad una determinata release, può farlo qui.

Se la cosa decollerà (francamente ne dubito) potrebbe uscirne fuori qualcosa di molto carino per quanto riguardo il sito, in un futuro piuttosto remoto.

NB: possibilmente è da evitare il contraddittorio. Qui si raccoglie solo il materiale che gli utenti vorranno postare.

PS: non importa quanto siano tecniche e precise le vostre pubblicazioni. Come dicevo tempo fa, voglio che si possa leggere la vostra anima attraverso le vostre parole, voglio sentire la vostra emozione. Fate in modo da fare emozionare gli altri utenti, altrimenti è tutto inutile.
Certo, se sapete dirmi che strumenti sono stati usati (vedi la stupenda recensione di Monument per A Broken Frame) giù il cappello, ma non è fondamentale.
Altro consiglio: evitate di scrivere Bibbie. Se sono troppo lunghe, molti potrebbero smettere di leggere a metà, e sarebbe un peccato. Non servono poemi per descrivere un brivido.
Solo consigli eh? :wink:

Grazie mille per la cortese attenzione ed un bacio alla lady dei darkisses :wink:
Ultima modifica di devotional il gio nov 26, 2009 1:04 am, modificato 1 volta in totale.
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Collectors
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Messaggio da Collectors »

Riposto una mia vecchia "recensione"....Cominciamo dalla FINE....

Sono oramai passati quasi tre anni dall'uscita di PTA, e dopo avelro ascoltato, analizzato, faccio questa considerazione:"I DM non hanno assolutamente bisogno di convincere qualcuno delle loro qualità artistiche e musicali". Certo dopo la prova, non molto convincente di Exciter, mi aspettavo un gran bel colpo di coda da parte di Gore & Company. PTA ha un suono tipicamente DM, ma con charme, una conturbante ed oscura vitalità che non sospettavo avessero ancora e che, francamente, avevo lasciato in MFTM o Violator. Sono rimasto stupito di ritrovare un disco con questi, oramai, quarantenni che potrebbero benissimo vivere di rendita, come oramai fanno gruppi di loro coetanei ancora in circolazione. Con PTA ho tirato un gran sospiro di sollievo e sono straconvinto che il magico Trio ha trovato nuovi stimoli. Per la prima volte Dave si è cimentato nella stesura di tre brani. Niente male, a parte I Want It All, che mi sembra un prolungamento del suo lavoro da solista. Suffer Well mi ha fatto tornare indietro nel tempo, come se avessi una Delorian (non so se si scrive così), mentre Nothing Impossible, una bella ballata che avrebbe ben figurato in BC o Violator. Del lavoro di Martin che dire il solito Genio, a parte la traccia musicale, Introspectre, che non ho ancora fino ad oggi collocato. Del primo singolo Precious che dire..........Brano degno di figurare tra i loro classici. Nel brano si intuisce un ritorno del gruppo alla sua identità sonora, ovvero synth come se piovesse e melodie di impareggiabile eleganza, rese più belle dalla voce di Dave. I due brani che d'acchitto mi hanno colpito, senza ombra di dubbio, sono JtR e Lillian. Due diamanti incastonati in una collana di perle. Delle song di Martin? Che dire.........Due gran bei pezzi, anche se fra i due preferisco Damaged People. Mi sembra di risentire il Gore degli anni 80. Discorso a parte, secondo il mio punto di vista, merita The Sinner In Me. Un "CAPOLAVORO"...........Dal vivo è uno Spettacolo. Dove non arriva la melodia, parte l'elettronica vorticosa, il tocco funambolico dei metalli che si intrecciano.........Il mondo tecnico che lavora all'interno dei corpi. Il finale di PTA.......La ballata The Darkest Star, pezzo avvolgente e fluttuante. Alla fine che dire..........Per me è veramente difficile trovare delle sbavature in questo capolavoro elettro-dark (come di ce un mio carissimo amico), certamente è un lavoro che mi convince in pieno e che ci consegna, tre fantastici quarantenni in forma smagliante, ancora "Vivi", e cosa più importante "Vitali". Sono convinto che nè vedremo ancora delle belle, e dopo 25 anni mi sembra una bella e meritata soddisfazione per gli INTRAMONTABILI Depeche Mode.

Concludo con il dire.....CHE IL MEGLIO DEVE ANCORA ARRIVARE :wink:
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Alya_DM
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Messaggio da Alya_DM »

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“To celebrate the fact that we’ve seen the back of another black day”

In questa frase è racchiusa l’essenza e il fine ultimo di uno dei più intensi e introspettivi lavori dei Depeche Mode, che vide la luce il 17 Marzo del 1986 in maniera piuttosto travagliata.
Predominante in questa delicata fase del loro percorso musicale storia fu senz’altro la confusione, il disorientamento, la mancanza di nuovi stimoli, l’incomunicabilità, la sfiducia. Reduci da un enorme successo in tutto il mondo, quattro ragazzi travolti da un fenomeno più grande di quanto potessero aspettarsi si ritrovarono a fare i conti con quanto la vita aveva improvvisamente messo loro di fronte. La gloria, il pubblico in delirio, le molteplici pressioni, le crescenti aspettative.
Quando ci si trova all’apice della fama, si finisce per chiedersi come ci si è arrivati, se si riuscirà a salire ancora più in alto, se quello che si è raggiunto prima o poi arriverà a travolgerti. Si ha ancora tanto da dire, idee e nuovi spunti da sviluppare, ma non si sa da dove cominciare e quale sia il modo migliore affinché gli altri possano coglierne l’essenza. Il vivere quotidiano, con i suoi ritmi prevedibili ed inarrestabili, è un sistema incontrovertibile di eventi e situazioni in divenire, cui l’uomo non può opporsi. Ecco il senso della “giornata nera”, la “black day”: un’altra delle interminabili giornate appena trascorse in cui ogni cosa si genera e si distrugge, decade e si deteriora. L’uomo è tristemente impotente di fronte alla realtà. E allora ecco quel senso di vuoto, la sfiducia, lo smarrimento, l’inadeguatezza. Ci si chiude in se stessi in un’introspettiva ricerca del proprio io, prendendo le distanze da un mondo percepito come completamente estraneo al proprio modo di sentire, ci si interroga sul senso stesso dell’esistenza, un senso di oppressione claustrofobica pervade l’anima.
Questa visione drammatica e nichilista propria del movimento esistenzialista permea ogni nota di Black Celebration, riflette lo stato d’animo dell’autore e dell’ambiente in cui il disco è stato prodotto, si fa espressione di un trend musicale che fonda le sue radici nella new wave di fine anni 70-inizio anni 80. Tale genere, fortemente influenzato dal punk, assume vari connotati e sfumature, tra le quali si annoverano il filone goth-dark e la corrente industrial-sperimentale; dette sonorità sono caratterizzate dal minimalismo e l’essenzialità degli arrangiamenti e dei suoni, note e atmosfere cupe scanditi ossessivamente da una ritmica martellante, tribale, suoni metallici e artificiali, ispirati dalla realtà di tutti i giorni. Gruppi come Bauhaus, Joy Division, Killing Joke, Christian Death da un lato e Throbbing Gristle, Clock DVA, Cabaret Voltaire, Einstürzende Neubauten dall’altro si impongono nel panorama musicale d’avanguardia dell’epoca e influenzano sensibilmente le sonorità di Black Celebration.
Diversi elementi contribuirono ad enfatizzare le atmosfere tetre e introspettive proprie di questo lp prodotto da Gareth Jones: la strumentazione utilizzata in studio, come l’utilizzo del Synclavier, sintetizzatore digitale già usato nell’lp Some Great Reward; l’inserimento di chitarre campionate (Here is The House); l’impiego del suono analogico, particolarmente ruvido e “sporco”, già utilizzato nei primi due album; la registrazione negli Westside Studios di Londra (con tappa negli studi berlinesi Hansa nella fase di mixaggio), che durò diversi mesi e vide la band e lo staff di produzione a stretto contatto e in totale simbiosi, per cercare di raggiungere la perfezione del suono voluto e le giuste sfumature da conferire all’album. E come era prevedibile, esso stesso risultò pervaso della stessa tensione nervosa e claustrofobica che si respirava nelle sale di registrazione, della sofferenza causata da una convivenza portata all’estremo e da prove di registrazione ripetute all’infinito.
Il risultato di un tale miscuglio di fattori fu un album “vissuto” e sviscerato ai limiti del maniacale, oscuro e cupo, colmo di riverberi, permeato di pessimismo, in cui si intravede una seppur illusoria speranza: il credere nell’amore, nell’unione, nel sentimento che unisce e “riscalda” il freddo dell’esistenza, può dare la sensazione di fermare l’inesorabile scorrere del tempo che trascorre e distrugge. Il ricordo e la memoria lasciano intravedere quello che fu e che non si ripeterà, ma che grazie alla forza del sentimento riacquista importanza, coraggio, speranza, immortalità.


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A brief period of rejoicing

Black Celebration, pezzo che dà il titolo all’album per la prima ed unica volta nella produzione depechemodiana, apre su uno scenario lugubre e inquietante. Un turbinio di suoni penetranti e altisonanti pervadono la struttura di questo brano e le conferiscono un ritmo maestoso e caratteristico, proprio di tutto l’album. La vita quotidiana assume tinte grigie, monotone, ripetitive, il tempo scorre inesorabilmente (“I can sense the hours slipping by”), l’ennesima “black day” è giunta al termine. L’unica illusoria consolazione, come successivamente enfatizzato tramite i cori ossessivi e martellanti di It Doesn’t Matter 2, è il calore di un abbraccio e la forza di un amore desiderato e invocato anche nella successiva traccia, Fly On The Windscreen, melodicamente concatenata e naturale proseguimento di uno scenario in disfacimento. La voce di Dave Gahan assume una profondità portata all’esasperazione, gli echi e i riverberi ricorrenti conferiscono al pezzo un’inedita sonorità dark ripresa in futuro in pezzi come To Have And To Hold (dall’album Music For The Masses, 1987), Waiting For The Night (Violator, 1990) e il recente The Sinner In Me (Playing The Angel, 2005). Le mosche sul parabrezza sono un triste e drammatico simbolo di morte e decadenza, di provvisorietà e di impotenza dell’uomo di fronte alla naturale conclusione di ogni cosa. L’invocazione “come here, kiss me, now” e il “touch me” ripetuto ossessivamente sfumano nelle note del singolo A Question Of Lust in una manciata di secondi di ineguagliabile bellezza, durante i quali sembra di essere proiettati in un’altra dimensione, sospesi nel vuoto e nel buio, in una condizione di “incompiutezza”. Il terzo brano dell’album, interpretato dall’introverso e sensibile autore Martin L. Gore (che in questo disco canterà ben quattro pezzi da lui composti) riprende il ritmo scandito dei precedenti pezzi ma con tinte più attenuate, con una vena di ottimismo più accentuata nei confronti di una realtà e dell’inesorabile passare del tempo. Questo pezzo, la cui B-side è la cupa Christmas Island, esprime la maturazione artistica del giovane Gore che, abbandonati i toni spensierati dei tempi di See You, scava in profondità nei meandri del sentimento e dell’animo umano, portandone alla luce le debolezze e le sfaccettature più intime. Sulla stessa falsariga si sviluppa Here Is The House, una melodia piacevole e molto orecchiabile, scandita da rime ricorrenti e con le voci di Gahan e Gore che si intrecciano armonicamente, tra i pezzi più apprezzati dai fan del gruppo forse proprio per la sua semplicità ed immediatezza e per l’atmosfera di complicità ed armonia che ne deriva. E la stessa Sometimes, a volte giudicata troppo “melensa” e seguito ideale della precedente dolcissima Somebody (Some Great Reward, 1984), accenna alle medesime tematiche introspettive proprie dell’autore, che con voce ispirata dà voce al suo Io più intimo e romantico.
Speranza e fatalismo si alternano e si sovrappongono in A Question Of Time, il cui video fu diretto da un giovane Anton Corbjin alla prima esperienza con la band, in un’atmosfera estremamente amichevole e distesa ed un’intesa palpabile tra l’eccentrico fotografo olandese e la band, preludio ad una futura collaborazione estremamente proficua. Il ritmo sostenuto e una struttura portante solida e ben interpretata da Gahan fanno da cornice ad un testo disincantato, consapevole, specchio di una realtà corrotta, che fa paura ma al contempo fa parte della natura umana (“I know my kind, what goes on in our minds”). Un intreccio di contraddizioni che affascina e ipnotizza, un pezzo molto amato dai fans e costantemente presente nelle track lists delle ultime esibizioni live.
La componente dell’amore vista come “salvezza” per l’uomo raggiunge il suo culmine in Stripped, vero e proprio capolavoro scaturito dalla vena poetica di Martin L. Gore e magistralmente interpretato da Dave Gahan.

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L’intensità e la perfezione di questo brano, caposaldo della produzione dei Depeche Mode, si avvale del lavoro certosino del perfezionista Alan Wilder, il quale cura nei minimi particolari la struttura del pezzo, dall’inizio in crescendo ai ritmi scanditi propri dell’album, dalla simmetricità tra l’apertura e la chiusura al ritornello pressoché invocato. Di nuovo emerge la contrapposizione tra la fredda e impersonale realtà e l’urgenza di un contatto vero, sincero, “spogliato” da ogni artificialità, incontaminato e scevro da elementi esterni nocivi e spersonalizzanti (“metropolis”, “fumes”, “television”). Degna di nota la ricercatezza e la varietà dei suoni riprodotti: fuochi artificiali sparati in sequenza e da diverse angolazioni, motori in accensione, il battito di un cuore pulsante. Un pezzo capace di trasmettere emozioni indescrivibili, che cattura al primo ascolto, che resta indelebilmente impresso.
Stripped ispirò successivamente Breathing in Fumes, inserita come “bonus track” nell’edizione cd, una sorta di fantasiosa rielaborazione che poggia sulla struttura portante del brano originario e precursore dei numerosi (più o meno riusciti) remixes che seguiranno in futuro. In maniera simile, Black Day (Gore-Wilder-Miller) riprende le atmosfere e i testi di Black Celebration reinterpretandole e fondendole con molteplici ed accattivanti effetti sonori.
Incredibilmente, per scelte strategiche, il mercato americano preferì lanciare la b-side di Stripped, un pezzo giovane, leggero e disimpegnato. Fu così che But Not Tonight, con grande disappunto dei membri della band (uno sdegnato Alan Wilder in primis), venne promosso negli States senza ottenere particolare successo, a parte l’inserimento nella soundtrack del film “Modern Girls”, pressochè sconosciuto. L’Extended Remix di But Not Tonight venne successivamente inserito nell’edizione cd.
Nel finale, due pezzi in cui nuovamente è il sentimento a far da protagonista, visto da due prospettive diverse. World Full Of Nothing, in cui viene celebrata una visione romantica ma incerta, confusa e al contempo disincantata dell’amore fra due giovani, la convinzione illusoria dell’eternità dell’amore (“nothing is true”) e della sua potenza contro la visione pessimistica e fatalista su cui si basa l’intero album. E’ un barlume di speranza, una luce intravista nel buio, un’incertezza consapevole cui vale la pena abbandonarsi quasi masochisticamente. Il tema amore-dolore è affrontato in Dressed In Black, con forti riferimenti e spunti sado-maso. Soffrire ed amare sono inevitabilmente le due facce di una stessa medaglia, l’una si riflette nell’altra e la visione goriana le raffigura come imprescindibili. Una sorta di piacere nel dolore cui è impossibile sottrarsi, da cui si è magneticamente attratti. Lo stesso tema, peraltro già affrontato in passato (Master and Servant, da Some Great Reward, 1984) verrà ripreso in futuro e ricorrerà spesso nella produzione creativa di Martin L. Gore in pezzi come Behind the Wheel (Music for the Masses, 1987), In your room, One Caress (Songs of Faith and Devotion, 1993), per citare alcuni esempi.
In chiusura, New Dress descrive in maniera realistica e alquanto cinica lo scenario desolante e violento della società moderna. La struttura portante del brano scandisce e punta il dito contro il potere politico britannico, complice dello stato di decadimento e di corruzione del vivere quotidiano.


Ad ascolto terminato si ha l’impressione di aver per così dire "toccato con mano" un capolavoro assoluto, ricco di spunti e riferimenti svelati e nascosti, verità amate e temute, contraddizioni intense e inquietanti insite nella stessa natura umana. Ed è forte il desiderio di immergersi nuovamente nelle stesse atmosfere, per poi coglierne ad ogni ascolto una diversa sfumatura, venirne totalmente rapiti, assaporare la perfetta compenetrazione e fusione del genio creativo di Martin L. Gore, l’interpretazione coinvolgente e unica di Dave Gahan e la sapiente cura dei particolari tradotta in ricerca della perfezione tecnica di Alan Wilder, il tutto compattato da un Andy Fletcher da sempre considerato “elemento di coesione” del gruppo.
Un disco fondamentale, fortemente introspettivo, di “rottura” col passato, un’apertura verso una consapevolezza e una maturità nuove. Tra i più amati dai fan, è imprescidibile per la comprensione dell’evoluzione che ha portato la band fino ai giorni nostri, ed ha senza dubbio un posto d’onore tra le pietre miliari del sound elettronico di tutti i tempi.

(Alya_DM)
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orgyporgy
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Messaggio da orgyporgy »

lacrime.


grazie ale.
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Messaggio da ziodave »

bel 3d e belle recensioni. :wink:
Ultima modifica di ziodave il ven mar 07, 2008 8:50 pm, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da devotional »

complimenti, ringraziamenti e critiche in privato.

Grazie.
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blackcelebration73
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Messaggio da blackcelebration73 »

Music for the Masses

Devo essere sincera: Music For The Masses non è il mio album preferito dei Depeche Mode ma ho pensato che fosse quasi doveroso per me parlarne, perché è stato l’album che me li ha fatti conoscere definitivamente, facendone una vera passione.
Era il 1987 e fino ad allora con i miei 14 anni avevo apprezzato i DM per le canzoni che passavano in radio o in tv, ma non conoscevo effettivamente i loro album. Allora ero più coinvolta nelle diatribe da teenager sui Duran, gli A-ha o gli Spandau piuttosto che nei suoni synth, anche se in fondo quei suoni, direi sperimentali e, a volte, addirittura “grezzi”, cominciavano ad insinuarsi nella mia testa. Quei suoni metallici, industriali erano per me quasi una sfida. Pensavo che fosse quasi folle proporre una musica del genere. Poi, non so come, mi è finita tra le mani una cassetta di Music For The Masses. Per la prima volta un intero album ed è stato così quei suoni oscuri e indecifrabili mi sono apparsi chiari, come quando finalmente riusciamo a trovare la risposta ad un enigma.
Io non so parlare di musica, di sintetizzatori e di ritmica ma so capire quando la musica è passione, emozione ed è quello che vi posso raccontare di questo magnifico album.

Music For The Masses è una sfida: musica elettronica per le masse. La cosa potrebbe sembrare quasi uno scherzo visto e considerato che fino ad allora i Depeche Mode avevano un piccolo seguito di appassionati, ma anche la copertina del disco con i suoi grandi altoparlanti appesi ad un palo sembra confermare questa loro volontà. Music For The Masses è la storia di come una band con un seguito di nicchia sia andata alla conquista del mondo.
L’album si apre con Never Let Me Down Again, diventato ormai vero e proprio inno della band. Un canzone maestosa, imponente, in cui comincia a comparire la chitarra, che ti trascina sin dalle prime note con la sua ritmica tecnologica e accattivante. Un’esplosione di batteria e di tastiere che ti travolge e ti trascina con sé per tutta la durata della canzone. La musica ti trasporta in una dimensione ipnotica con le sue strofe semplici ma al tempo stesso angosciose nella loro ripetizione. Lentamente ci si sente avvolti nella sua spirale.

“I’m taking a ride with my best friend
I hope he never lets me down again
Promises me I’m safe as houses
As long as I remember who’s wearing the trousers
I hope he never lets me down again”

Tuttavia il passaggio strumentale ed il coro

“We’re flying high
We’re watching the world pass us by”

ti liberano dal senso di angoscia e ti fanno respirare, sentire sollevato come quando ci si risveglia da un incubo.
Un perfetto equilibrio di melodia e di adrenalina che raggiunge la punta più alta quando sul finale si sovrappongono le voci di Dave, con il suo ripetuto “never let me down”, e di Martin, “see the stars, they’re shining bright, everything’s alright tonight”. Allora, esausto, vedi la luce nel buio. Una canzone maestosa ed epica, che ti lascia quasi sfinito. Una canzone dalle diverse sfaccettature ed interpretazioni: sulla droga o sul sesso o forse su entrambi ma anche, perché no, semplicemente sul senso di impotenza che si sente quando si dipende completamente da altri o ci si abbandona a qualcuno. Al di là delle varie interpretazioni, quindi, una canzone sulla dipendenza, sull’affidarsi a qualcuno o a qualcosa.

Il secondo brano The Things You Said con il suo giro di basso ti fa sentire un brivido correre lungo la schiena. Un ritmo pulsante ed un’atmosfera malinconica accompagnano tutta la canzone. Una ballata tormentata, piena di sofferenza, di amarezza, che sembra quasi sussurrata da Martin, e che ti catapulta nell’intimità di una relazione rovinata dal tradimento di una confidenza:

“I heard it from my friends about the things you said
But they know me better than that
I heard it from my friends about the things you said
How can a view become so twisted”

e nel riconoscimento dell’errore nell’aver dato fiducia e nella scoperta di ciò di cui vale veramente la pena
“I get so carried away
You brought me down to earth
I thought we had something precious
Now I know what it’s worth”

Si tratta di un brano talmente coinvolgente nella sua interpretazione da riuscire a farti percepire la delusione provata, da riuscire a trasmettere l’immagine del confronto in cui la voce narrante parla delle sue debolezze e del fatto di non aver mai cercato di nasconderle. Una canzone intensa e coinvolgente.

“They know my weaknesses
I never tried to hide them
They know my weaknesses
I never denied them”

L’atmosfera discreta e intimistica creatasi viene rotta dalla canzone seguente, Strangelove, una delle canzoni più amate dei Depeche Mode. La versione dell’album ha un ritmo più leggero di quello del singolo, ma mantiene comunque una grande forza. Le prime note di tastiera in sottofondo sono solo un assaggio prima che la canzona esploda. Tanta tastiera ed un ritmo accattivante che ti entra intesta e ti fa ballare mentre Dave ti racconta di un amore strano, un amore fatto di alti e bassi a cui però non vuole rinunciare

“Strange highs and strange lows
strangelove
That’s how my love goes”

Strangelove è un elogio di un uso distorto del linguaggio e del corpo, un brano in cui il contrasto tra piacere e dolore si combina con cenni di sadomasochismo. Una canzone che parla di un amore consacrato alla dominazione e alla sottomissione.

“Will you take the pain
I will give to you
Again and again
And will you return it”

Qui si incontrano tutti gli elementi di una relazione complessa fatta di desiderio, dolore, amore in cui non si riesce a rinunciare al peccato.
“I give in to sin
Because I like to practise what I preach”.

Il passaggio più travolgente del pezzo è quello in cui Dave, sorretto da un beat più heavy e accattivante ripete
“Pain will you return it
I’ll say it again- pain
Pain will you return it

Con la doppia voce che aggiunge
I won’t say it again”

La canzone si spegne lentamente con un ripetuto I give in, una conferma del voler continuare a cedere al peccato di questo amore.

La parte finale di Strangelove è legata al brano seguente, la spirituale Sacred.
Una canzone molto cupa nella parte iniziale, che ricorda nei suoi toni i cori religiosi dei monasteri medievali e che riesce a creare un alone “sacro” intorno a sé. Suggestive nell’intro le doppie voci che si accavallano, sostenute da un’appena accennata base musicale.
L’intro è però ingannevole, perché i toni dark svaniscono subito lasciando spazio ad una piacevole melodia elettronica che fa della canzone un brano ballabile, anche grazie ai diversi passaggi strumentali.
Una canzone che potrebbe essere vista come un inno alla fede, ma fede in che cosa? Il testo, infatti, non è molto chiaro. Non si parla di Dio o di religione in senso stretto. Qual è effettivamente la parola che si vuole diffondere nel mondo? Dave canta di essere uno dei devoti, ma di che cosa?
“I’m one of the devout
Trying to sell the story
Of love’s eternal glory”
Forse mi sbaglio, ma bisogna ammettere che spesso le canzoni dei Depeche Mode possono avere
Nel finale le voci di Dave e di Martin tornano ad incrociarsi sino a dissolversi

La successiva Little 15 è una canzone di un’intensità struggente che toglie il fiato e che riesce a rendere l’ascoltatore partecipe della sofferenza della canzone. Il suo incedere è drammatico e tetro e ad ogni nuovo giro l’accompagnamento di piano diventa sempre più intenso, quasi a voler infiammare la canzone. Una canzone affascinante e ben strutturata che, nonostante il suo carico di pathos, riesce ad essere una delle tracce più sperimentali dell’album grazie al suo ricco arrangiamento orchestrale che richiama al repertorio classico di Alan.
Un brano, secondo me, su come i sentimenti, a volte, rappresentino un punto di approdo nella fuga dalle amarezze che a volte la vita ci riserva, di come riescano a farci dimenticare per un attimo le nostre sofferenze, di come, quando vogliamo bene a qualcuno, vorremmo rendere l’altro la persona più felice anche se per pochi istanti e farci carico delle sue stesse sofferenze.

“Little 15
You help her forget
The world outside
You’re not part of it yet
And if you could drive
You could drive her away
To a happier place
To a happier day
That exists in your mind and in your smile
She could escape there
Just for a while”

Le liriche raccontano in modo dettagliato l’intimità e l’estasi dell’amore così come le pene che l’accompagnano.

Subito dopo si viene travolti dalla splendida Behind The Wheel.
Come non farsi rapire dal suo leggendario e lungo intro. Cosa c’è di più geniale del trasformare il suono irritante di un coperchio che cade sul pavimento nell’attacco di una canzone? L’inizio è come un’esplosione: al ritmo incalzante della batteria, si aggiungono i sintetizzatori e infine la chitarra prima di lasciare spazio al testo. Tuttavia la melodia è in un tale crescendo che il testo viene quasi messo in secondo piano. La musica difatti è trascinante e ti entra così tanto nella testa da farti dimenticare tutto il resto.
Quanto al testo, nella canzone si parla dell’insofferenza e dal disagio provato nel sentirsi controllato e nel sentirsi al centro dell’attenzione.

“There are times when I feel
I’d rather not to be
The one behind wheel”
……
Sweet little girl
I prefer
You behind the wheel
And me the passenger
Drive”

La successiva I Want You Now si apre con dei lunghi sospiri e gemiti, che poi lasciano spazio alla parte cantata, pur rimanendo sullo sfondo in diverse parti della canzone. Al centro del brano c’è l’amore che brucia dentro, che ha fretta di essere consumato. Una richiesta supplichevole di amore.
“Reach out your hands
And accept my love
We’ve waited for too long
Enough is enough”

Anch’essa sperimentale nei suoni, riesce a creare un’atmosfera sofferente e drammatica per merito dell’interpretazione accorata di Martin ma è forse la traccia più debole dell’album perché troppo lineare nel suo sviluppo, quasi monotona.
La parte più emozionante è quella in cui Martin sembra “urlare” il suo essere differente dagli altri

“And I don’t mean to be
Like one of the boys”
Ma poi la canzone riprende il suo incedere dolente.

To Have And To Hold è la dimostrazione di come Music For The Masses non abbia ancora abbandonato i toni dark degli album precedenti. Uno splendido pezzo che nonostante la sua brevità riesce a comunicare un’atmosfera minacciosa. E’ come se su tutta canzone aleggi un clima pesante, uno stato d’animo greve; si ha quasi l’impressione di percepire una sofferenza. Ogni singolo elemento contribuisce a creare intorno alla canzone una situazione di minaccia e di paura, come se qualcosa di brutto stesse arrivando: lo spezzone di una trasmissione radiofonica in russo, le voci ed i passi in sottofondo, il suo svilupparsi lentamente, il ritmo ossessivo, la voce baritonale di Dave. Una canzone in cui non è difficile immedesimarsi, penso per esempio alla strofa “I’m down on my knees and I need forgiveness” che dà veramente l’idea di essere in ginocchio e chiedere perdono.
Senza ombra di dubbio una delle canzoni più oscure dei Depeche Mode in cui stranamente la musica sembra comunicare qualcosa di diverso da quello che dice il testo.
Un testo d’amore, sicuramente un amore sofferto che ha qualcosa da farsi perdonare, mentre la musica trasmette l’idea di una fine che si sta avvicinando e che fa paura. E la canzone si chiude in modo talmente netto, da far pensare che quella fine sia arrivata.

L’atmosfera del disco si rasserena con Nothing, un brano decisamente sinthiepop, che si lascia ascoltare facilmente e che rientra tra le canzoni più amate della band. La canzone in sé stessa è molto semplice ed il testo è scarno. Il ritmo diventa più pressante nel refrain, per poi tornare ad essere lineare. Il testo apparentemente non vuole comunicare nulla
“I’m not trying to tell you anything”.
Si potrebbe dire, senza alcuna nota polemica, che è una canzone sul nulla.

L’album si chiude con Pimpf una canzone strumentale che nei toni misteriosi e drammatici ricorda To Have And To Hold e che si caratterizza per un giro di pianoforte che si ripete e che viene soffocato, man mano che la canzone cresce, dal suono di tastiere, dalle voci angoscianti di un coro maschile (in realtà suoni di sintetizzatori) e dalle campane. Il suono allora, nel suo crescendo, diventa soffocante, trasmette un senso di angoscia e ci mette in allarme per poi ammutolirsi improvvisamente e lasciarci in un assordante silenzio. Pochi secondi dopo la musica riprende con una traccia nascosta, Interlude #1:Mission Impossibile, in cui in sottofondo si sente il rimbalzare di una palla. Pimpf è una canzone strumentale corale ed epica che è stata usata spesso dai Depeche Mode per aprire i loro concerti. Una curiosità sul titolo: Pimpf era il grado più basso all’interno di una organizzazione giovanile della gioventù hitleriana.

Nell’album troviamo anche alcuni bonus tracks, a cominciare dalla splendida “Agent Orange”, un tipico esempio di come molti brani strumentali dei Depeche riescano ad avere significati profondi pur non essendo supportati da un testo. E’ il titolo stesso a descrivere il brano e a darne un senso.
Agent Orange era il nome di un erbicida a base di diossina usato dagli americani durante la Guerra del Vietnam per rimuovere le foglie degli alberi e stanare i viet cong e che si rivelò poi responsabile di malattie e malformazioni.
Agent Orange è una canzone sulla distruzione e richiama alla mente l’immagine di un mondo in un’epoca postnucleare. Il rumore campionato del vento apre il pezzo, ed il suono dei sintetizzatori dà l’idea di un elicottero in volo, mentre in sottofondo sembra sentirsi un’esplosione. La musica è triste e malinconica, sembra delineare i contorni di un paesaggio apocalittico. Mentre le note scorrono si ha l’impressione di vedere immagini di morte e devastazione. Non sembra esserci scampo ed il bip finale ripetuto dà l’idea della fine, mentre l’elicottero volteggia ancora sulle nostre teste. Non sembra lasciare speranze.

Segue Never Let Me Down Again Aggro mix che va in una direzione diversa rispetto all’originale. Ha infatti una struttura melodica differente, è quasi completamente strumentale a parte il “never let me down” ripetuto ossessivamente in alcuni tratti e c’è un ricorso maggiore a sintetizzatori e batterie campionate. In un certo senso questo remix spersonalizza notevolmente l’originale, privandolo delle sue parti orchestrali e della sua carica epica, mantenendo tuttavia la forza travolgente dell’originale.

To Have And To Hold (Spanish Taster) è un remix talmente diverso dalla traccia originale da far pensare ad un brano del tutto nuovo. In questa versione la canzone è completamente spogliata del suo suono angoscioso e spaventoso ed acquista nuove sonorità. La musica, infatti, sembra più rassicurante e ciò che rimane sono solo le strofe che si sovrappongono con un effetto eco. In effetti questa era la versione originale scritta da Martin, ma al gruppo era sembrato troppo pop e così Alan ne scrisse una versione più dark, quella che conosciamo.

Per finire Pleasure Little Pleasure (Glitter mix), un pezzo leggero, accompagnato da un ritmo incalzante, con tastiere e chitarre acustiche. Sorretto da un ritornello orecchiabile e molto coinvolgente, in cui si inserisce la voce di Martin, si discosta per la sua vitalità dallo stato d’animo che caratterizza l’album. Nel passaggio tra un ritornello sembra virare in direzione rock anche se l’elettronica continua a fare da padrone. E’ una canzone sulle nostre necessità di cercare ragioni per vivere.

“Everybody's looking for a reason to live
If you're looking for a reason
I've a reason to give
Pleasure, little treasure”.

Un lungo passaggio strumentale e voci distorte e dialoghi registrati al contrario accompagnano il pezzo sino alla sua fine.

In definitiva Music For The Masses è un album ben riuscito in cui si parla di sentimenti, di spiritualità, di delusioni e di paure irrazionali, tutti temi a cui la band è sempre stata molto legata.
Un lavoro che è quasi un ponte tra il vecchio ed il nuovo, in cui si mescolano le sonorità ed motivi di Black Celebration con idee nuove che prepareranno la strada a Violator.

Blackcelebration73
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Superlativa. [10.0++++]

Anche se io lo sapevo già da quasi un anno ormai :lol: :lol: :lol:

Grazie mille!

Dai ragazzi/e, scrivete!!!!
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Messaggio da salvodepeche »

blackcelebration73 ha scritto:Music for the Masses

Devo essere sincera: Music For The Masses non è il mio album preferito dei Depeche Mode [/color]
ma è il mio e ti ringrazio di avere scritto queste cose stupende.......anche per me!!!

grazie grazie
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Messaggio da Alya_DM »

salvodepeche ha scritto:grazie grazie
salvo io ricordo un tuo pezzo su CTA se non sbaglio, perchè non lo posti?

a parte il bel pezzo di Aldo e la bella recensione di BC73, mi dispiace non vedere altri scritti...in questo periodo di "transizione" sarebbe buona cosa contribuire al forum in maniera costruttiva...no?
senza preoccuparsi troppo di cosa ne viene fuori...come dice Dev, l'importante è metterci il cuore...

(imho) :)
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Messaggio da salvodepeche »

Alya_DM ha scritto:salvo io ricordo un tuo pezzo su CTA se non sbaglio, perchè non lo posti?

a parte il bel pezzo di Aldo e la bella recensione di BC73, mi dispiace non vedere altri scritti...in questo periodo di "transizione" sarebbe buona cosa contribuire al forum in maniera costruttiva...no?
senza preoccuparsi troppo di cosa ne viene fuori...come dice Dev, l'importante è metterci il cuore...

(imho) :)
quella cosa che avevo scritto l'ho persa cancellando il forum.....e poi perchè non ti fai rispondere da devotional :evil: :evil:

sai che l'ha persa?????
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Messaggio da Alya_DM »

ahi ahi ahi... :cry:

dev: [2.3] :twisted:

cmq: conservare sempre una copia di TUTTO. che te lo devo dì io?
'nnaggia! :(
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Alya_DM ha scritto:ahi ahi ahi... :cry:

dev: [2.3] :twisted:

cmq: conservare sempre una copia di TUTTO. che te lo devo dì io?
'nnaggia! :(
Hai ragione.....cmq non l'ho cercata, sono un pigro.

a dire il vero dopo quel topic di katullo non mi sembra giusto farne una su CTA. La sua è molto completa e passionale.
Mi sarebbe piaciuta farla su MFTM ma Blackcelebration73 ne ha fatta una perfetta e superlativa.

Sto pensando di farla su Exciter 8)
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katullo
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Messaggio da katullo »



:idea:

mi è venuta un'idea...potresti postarla in quel topic di katullo, l'autore non avrebbe nulla in contrario, anzi :wink:

best bigembraces :)
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Messaggio da salvodepeche »

katullo ha scritto:

:idea:

mi è venuta un'idea...potresti postarla in quel topic di katullo, l'autore non avrebbe nulla in contrario, anzi :wink:

best bigembraces :)
mi vuoi sbranare vero? :lol:

ma si certo se la trovo la inserisco. Spero di trovarla completa!
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