(OT) Calciopoli 2 - La vendetta!!!
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Interessante intervista a John Elkann su La Repubblica di oggi:
John Elkann: 'La mia Juventus non è in vendita'
Il cuore e la famiglia, lo scandalo e il futuro, i giocatori e Torino.
la rinascita del club più importante di Italia, vista dall'erede degli Agnelli.
Il vicepresidente Fiat parla per la prima volta dopo la retrocessione.
"La Juve non è in vendita". Il più bianconero della famiglia Agnelli dopo l'Avvocato e il dottor Umberto esordisce con questa garanzia che è un messaggio ai tifosi e agli azionisti. Seduto alla scrivania di cristallo del suo studio di corso Matteotti, quartier generale Ifi e Ifil, casseforti della famiglia Agnelli, John Elkann disegna un futuro che è già cominciato tra le rovine di Calciopoli. Quello della squadra del cuore che emerge dall'inferno dello scandalo. Su una parete dell'anticamera campeggia un immenso e inequivocabile quadro, opera concettuale, a righe bianche e nere. Alle spalle dell'ingegner Elkann, un Pistoletto.
"Se avessimo davvero deciso di cedere la Juventus, quale migliore occasione? Avremmo approfittato della turbolenza per passare la mano. Invece abbiamo accettato la sfida e lo abbiamo fatto mettendo in cantiere un grande progetto come risposta a tutte le difficoltà. Intendiamo proseguire fino a raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati".
Nel momento più drammatico dello scandalo, avete scelto di voltare pagina pagando anche un prezzo molto alto. Ritiene che il calcio italiano vi abbia seguito in questa operazione di pulizia? Insomma, ne è valsa la pena?
"Ha pagato solo la Juve, proprio così. Siamo stati il capro espiatorio dopo tutto quello che era emerso dalle intercettazioni. Con la nostra risposta, abbiamo recuperato l'identità. E sono certo che ne sia valsa la pena. Se proprio il calcio vuole cambiare davvero, deve percorrere la stessa strada".
Rifarebbe tutto nell'identico modo?
"Certo che sì, anche se si può sempre migliorare".
Ma c'è una cosa che non ripeterebbe?
"Sì. Con Capello, per esempio, si poteva fare diversamente. C'è stata un'incertezza da parte nostra: non ha pagato. Ci si poteva salutare subito".
Si sente dire sempre più spesso che la Juve di oggi è una società destinata ad andare sul mercato: ma non era il giocattolo di famiglia?
"Più che un giocattolo, la Juventus è un'azienda e noi la trattiamo come tale. La parte affettiva è nella storia della società e questo lo si capisce bene allo stadio, nel nuovo Olimpico, dove si avverte una bella atmosfera".
Ma lei, in quella tribuna, è tifoso della Juve come lo era suo nonno?
"Per me e per una larga, molto larga parte della mia famiglia, il tifo bianconero è quello che si respirava quando c'era il nonno. Siamo tutti molto soddisfatti dei successi della squadra. Per il resto, la Juve è un'azienda e, come tutte le aziende, ha i suoi piani di sviluppo in evoluzione".
Questo significa che siete pronti a mettere mano al portafoglio per ricostruire una squadra da scudetto? L'altro ieri, Del Piero vi ha chiesto un piccolo sforzo.
"Intanto, è positivo che la serie A si stia avvicinando. E a nessuno sfugge che questa Juventus, se fosse nel massimo campionato, sarebbe già tra le prime".
È immaginabile che lei firmi un assegno come faceva il nonno per comprare un fuoriclasse?
"Viviamo altri tempi. Oggi mi piace di più pensare a un nuovo Bettega, ai ragazzi del vivaio. Oppure ai nostri giovani giocatori che già si stanno facendo valere in prima squadra: ad esempio, si parla di nazionale per Paro e Marchisio. L'ambizione è allevare campioni, però serve tempo e non è detto che costi poco, anzi. Tu cresci tanti ragazzi e poi magari li perdi per strada, oppure nessuno emerge, però la via maestra è questa. Non è un caso che abbiamo deciso di sfruttare l'attrattività mondiale della Juve puntando sui giovani, e c'è la possibilità di costruire scuole di calcio in Inghilterra e in America. E anche in Italia abbiamo in mente un grosso lavoro con le scuole".
A proposito di ragazzi cresciuti qui: il vostro capitano, Del Piero, potrebbe diventare il Boniperti del futuro?
"Per adesso, lasciamolo giocare. Non ha mai avuto dubbi se restare o no alla Juve, è un talento grandissimo, è sempre rimasto vicino ai suoi compagni ed è anche sposato con una signora torinese. Del Piero è l'esempio di quello che oggi, purtroppo, il calciatore non è più. Stessa cosa, Ciro Ferrara: è arrivato da Napoli, ma adesso la sua casa è Torino".
A proposito di campioni rimasti: riuscirete a trattenere Buffon?
"Sì, siamo in grado di fermarlo. Ciò che conta è che sia una scelta condivisa. Camoranesi, alla fine è stato contento di essere rimasto, e questo lo esprime anche in campo. Per tornare a Buffon, sono decisioni che si prendono in due, è una questione di reciprocità. Nell'attesa, speriamo vinca il Pallone d'oro, lo merita lui".
Cosa prova nel vedere lo scudetto passato dalle vostre maglie a quelle dell'Inter? Era proprio il caso di assegnarlo?
"Non è stato vinto sul campo, è così. Uno potrebbe anche non accettarlo. Dopo tutto, non credo che il tifoso nerazzurro sia molto contento di uno scudetto conquistato in questo modo. Il tricolore sarebbe stato meglio non attribuirlo. Quanto all'Inter, faccio tantissimi auguri perché possa vincerne uno sul campo".
Chi costruirà la Juve da serie A? Non crede che Bettega e Alessio Secco siano visti come un'appendice dell'epoca Moggi e Giraudo?
"L'influenza di Moggi è assolutamente sotto lo zero. Bettega è un consulente speciale dell'amministratore delegato Blanc, non ha nessuna carica in società. La politica sportiva spetta a Secco insieme a Blanc e Deschamps".
Voi avete allontanato Moggi, però ve lo ritrovate a sere alterne in televisione come opinionista. Scrive pure su un giornale e quasi sempre parla di Juventus.
"È umano che non si accetti il tramonto, soprattutto quando uno crede di essere il sole. Però, Moggi che pontifica durerà poco. Credo sia quasi arrivato al punto di usura".
In Italia non si è mai sicuri di questo, non trova? Personaggi altrettanto usurati continuano a imperversare ovunque.
"La riabilitazione mediatica di tutti è un classico fenomeno nazionale".
E l'idea di chiedere i danni a Moggi e Giraudo resiste ancora, oppure è stata accantonata?
"È una valutazione in mano ai legali. Bisogna vedere come evolve l'iter processuale in sede di giustizia ordinaria".
Quanto tempo e quanti soldi servono per una Juve da scudetto?
"L'Inter è l'esempio di come il denaro non sia il fattore determinante. Ciò che conta sono le motivazioni: lo ha dimostrato anche la vittoria azzurra ai mondiali".
Tuttavia ci sono club che spendono grosse cifre, come se questo garantisse il successo: non la ritiene una deriva commerciale pericolosa?
"Io trovo pericoloso trattare i tifosi come clienti, ma lo è altrettanto non dare ai clienti quello che vogliono".
Non crede che senza la Juventus il campionato non sia la stessa cosa?
"Senza di noi ha perso il venti per cento di interesse. È un'assenza che stranamente viene vissuta come un'anomalia più dai non juventini, dai rivali che si erano abituati ad avere sempre qualcuno da criticare".
Eppure questa Juve, mandata in serie B dai giudici, in giro per l'Italia scopre di essere più amata di prima. Non sarà che spesso si ama chi è caduto in disgrazia?
"Non è un problema di compassione. La verità è che la Juventus, non da oggi, è il club più tifato in moltissime città e non solo in Italia. La gente ha compreso la nostra volontà di cambiare registro. Poi, è chiaro che a Rimini o Crotone se vince la squadra di casa sono contenti, ma se vince la Juve è comunque una festa"
Aveva ragione suo fratello Lapo quando diceva che alla Juventus di Moggi e Giraudo mancava lo "smile", cioè il sorriso?
"Sì, aveva ragione. Per alcuni anni non siamo stati solo antipatici, alla fine eravamo anche poco divertenti".
Nel calcio globalizzato dei mercenari, la Juve sembra avere riscoperto la dimensione Torino.
"È così. Le Olimpiadi hanno dimostrato tutto lo slancio della nostra città, e il suo enorme potenziale di entusiasmo. La Juventus vuole lavorare in questo contesto, creando occasioni e iniziative. Penso ai tifosi più giovani e al valore educativo dello sport. Ma penso anche alla magnifica festa organizzata di recente per il compleanno bianconero, prima della partita con il Brescia. È la riprova che le radici sono importanti: oggi le squadre sono affollate da troppi stranieri".
La Juventus del 2006 e quella dell'epoca dell'Avvocato: tra le partite viste assieme al nonno, ce n'è una che ricorda più delle altre?
"Non una ma tante. Indimenticabile la notte di Roma, la Coppa dei Campioni del '96 contro l'Ajax. Il nonno voleva andare via e seguire i rigori in televisione, poi siamo rimasti fino alla fine. Per fortuna".
A me, personalmente, questo personaggio continua a non piacere. Quanto a cuore (la Juve è un'azienda... il tifo è qualcosa che appartiene a mio nonno...), se la giocano lui e Giraudo. Quanto ai giudizi su Moggi, saremo costretti a "sopportarlo" per 12 anni per valutare quanto sarà riuscito a combinare nello stesso periodo della Triade.
Io continuo ad aspettare una intervista ad Andrea Agnelli.
John Elkann: 'La mia Juventus non è in vendita'
Il cuore e la famiglia, lo scandalo e il futuro, i giocatori e Torino.
la rinascita del club più importante di Italia, vista dall'erede degli Agnelli.
Il vicepresidente Fiat parla per la prima volta dopo la retrocessione.
"La Juve non è in vendita". Il più bianconero della famiglia Agnelli dopo l'Avvocato e il dottor Umberto esordisce con questa garanzia che è un messaggio ai tifosi e agli azionisti. Seduto alla scrivania di cristallo del suo studio di corso Matteotti, quartier generale Ifi e Ifil, casseforti della famiglia Agnelli, John Elkann disegna un futuro che è già cominciato tra le rovine di Calciopoli. Quello della squadra del cuore che emerge dall'inferno dello scandalo. Su una parete dell'anticamera campeggia un immenso e inequivocabile quadro, opera concettuale, a righe bianche e nere. Alle spalle dell'ingegner Elkann, un Pistoletto.
"Se avessimo davvero deciso di cedere la Juventus, quale migliore occasione? Avremmo approfittato della turbolenza per passare la mano. Invece abbiamo accettato la sfida e lo abbiamo fatto mettendo in cantiere un grande progetto come risposta a tutte le difficoltà. Intendiamo proseguire fino a raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati".
Nel momento più drammatico dello scandalo, avete scelto di voltare pagina pagando anche un prezzo molto alto. Ritiene che il calcio italiano vi abbia seguito in questa operazione di pulizia? Insomma, ne è valsa la pena?
"Ha pagato solo la Juve, proprio così. Siamo stati il capro espiatorio dopo tutto quello che era emerso dalle intercettazioni. Con la nostra risposta, abbiamo recuperato l'identità. E sono certo che ne sia valsa la pena. Se proprio il calcio vuole cambiare davvero, deve percorrere la stessa strada".
Rifarebbe tutto nell'identico modo?
"Certo che sì, anche se si può sempre migliorare".
Ma c'è una cosa che non ripeterebbe?
"Sì. Con Capello, per esempio, si poteva fare diversamente. C'è stata un'incertezza da parte nostra: non ha pagato. Ci si poteva salutare subito".
Si sente dire sempre più spesso che la Juve di oggi è una società destinata ad andare sul mercato: ma non era il giocattolo di famiglia?
"Più che un giocattolo, la Juventus è un'azienda e noi la trattiamo come tale. La parte affettiva è nella storia della società e questo lo si capisce bene allo stadio, nel nuovo Olimpico, dove si avverte una bella atmosfera".
Ma lei, in quella tribuna, è tifoso della Juve come lo era suo nonno?
"Per me e per una larga, molto larga parte della mia famiglia, il tifo bianconero è quello che si respirava quando c'era il nonno. Siamo tutti molto soddisfatti dei successi della squadra. Per il resto, la Juve è un'azienda e, come tutte le aziende, ha i suoi piani di sviluppo in evoluzione".
Questo significa che siete pronti a mettere mano al portafoglio per ricostruire una squadra da scudetto? L'altro ieri, Del Piero vi ha chiesto un piccolo sforzo.
"Intanto, è positivo che la serie A si stia avvicinando. E a nessuno sfugge che questa Juventus, se fosse nel massimo campionato, sarebbe già tra le prime".
È immaginabile che lei firmi un assegno come faceva il nonno per comprare un fuoriclasse?
"Viviamo altri tempi. Oggi mi piace di più pensare a un nuovo Bettega, ai ragazzi del vivaio. Oppure ai nostri giovani giocatori che già si stanno facendo valere in prima squadra: ad esempio, si parla di nazionale per Paro e Marchisio. L'ambizione è allevare campioni, però serve tempo e non è detto che costi poco, anzi. Tu cresci tanti ragazzi e poi magari li perdi per strada, oppure nessuno emerge, però la via maestra è questa. Non è un caso che abbiamo deciso di sfruttare l'attrattività mondiale della Juve puntando sui giovani, e c'è la possibilità di costruire scuole di calcio in Inghilterra e in America. E anche in Italia abbiamo in mente un grosso lavoro con le scuole".
A proposito di ragazzi cresciuti qui: il vostro capitano, Del Piero, potrebbe diventare il Boniperti del futuro?
"Per adesso, lasciamolo giocare. Non ha mai avuto dubbi se restare o no alla Juve, è un talento grandissimo, è sempre rimasto vicino ai suoi compagni ed è anche sposato con una signora torinese. Del Piero è l'esempio di quello che oggi, purtroppo, il calciatore non è più. Stessa cosa, Ciro Ferrara: è arrivato da Napoli, ma adesso la sua casa è Torino".
A proposito di campioni rimasti: riuscirete a trattenere Buffon?
"Sì, siamo in grado di fermarlo. Ciò che conta è che sia una scelta condivisa. Camoranesi, alla fine è stato contento di essere rimasto, e questo lo esprime anche in campo. Per tornare a Buffon, sono decisioni che si prendono in due, è una questione di reciprocità. Nell'attesa, speriamo vinca il Pallone d'oro, lo merita lui".
Cosa prova nel vedere lo scudetto passato dalle vostre maglie a quelle dell'Inter? Era proprio il caso di assegnarlo?
"Non è stato vinto sul campo, è così. Uno potrebbe anche non accettarlo. Dopo tutto, non credo che il tifoso nerazzurro sia molto contento di uno scudetto conquistato in questo modo. Il tricolore sarebbe stato meglio non attribuirlo. Quanto all'Inter, faccio tantissimi auguri perché possa vincerne uno sul campo".
Chi costruirà la Juve da serie A? Non crede che Bettega e Alessio Secco siano visti come un'appendice dell'epoca Moggi e Giraudo?
"L'influenza di Moggi è assolutamente sotto lo zero. Bettega è un consulente speciale dell'amministratore delegato Blanc, non ha nessuna carica in società. La politica sportiva spetta a Secco insieme a Blanc e Deschamps".
Voi avete allontanato Moggi, però ve lo ritrovate a sere alterne in televisione come opinionista. Scrive pure su un giornale e quasi sempre parla di Juventus.
"È umano che non si accetti il tramonto, soprattutto quando uno crede di essere il sole. Però, Moggi che pontifica durerà poco. Credo sia quasi arrivato al punto di usura".
In Italia non si è mai sicuri di questo, non trova? Personaggi altrettanto usurati continuano a imperversare ovunque.
"La riabilitazione mediatica di tutti è un classico fenomeno nazionale".
E l'idea di chiedere i danni a Moggi e Giraudo resiste ancora, oppure è stata accantonata?
"È una valutazione in mano ai legali. Bisogna vedere come evolve l'iter processuale in sede di giustizia ordinaria".
Quanto tempo e quanti soldi servono per una Juve da scudetto?
"L'Inter è l'esempio di come il denaro non sia il fattore determinante. Ciò che conta sono le motivazioni: lo ha dimostrato anche la vittoria azzurra ai mondiali".
Tuttavia ci sono club che spendono grosse cifre, come se questo garantisse il successo: non la ritiene una deriva commerciale pericolosa?
"Io trovo pericoloso trattare i tifosi come clienti, ma lo è altrettanto non dare ai clienti quello che vogliono".
Non crede che senza la Juventus il campionato non sia la stessa cosa?
"Senza di noi ha perso il venti per cento di interesse. È un'assenza che stranamente viene vissuta come un'anomalia più dai non juventini, dai rivali che si erano abituati ad avere sempre qualcuno da criticare".
Eppure questa Juve, mandata in serie B dai giudici, in giro per l'Italia scopre di essere più amata di prima. Non sarà che spesso si ama chi è caduto in disgrazia?
"Non è un problema di compassione. La verità è che la Juventus, non da oggi, è il club più tifato in moltissime città e non solo in Italia. La gente ha compreso la nostra volontà di cambiare registro. Poi, è chiaro che a Rimini o Crotone se vince la squadra di casa sono contenti, ma se vince la Juve è comunque una festa"
Aveva ragione suo fratello Lapo quando diceva che alla Juventus di Moggi e Giraudo mancava lo "smile", cioè il sorriso?
"Sì, aveva ragione. Per alcuni anni non siamo stati solo antipatici, alla fine eravamo anche poco divertenti".
Nel calcio globalizzato dei mercenari, la Juve sembra avere riscoperto la dimensione Torino.
"È così. Le Olimpiadi hanno dimostrato tutto lo slancio della nostra città, e il suo enorme potenziale di entusiasmo. La Juventus vuole lavorare in questo contesto, creando occasioni e iniziative. Penso ai tifosi più giovani e al valore educativo dello sport. Ma penso anche alla magnifica festa organizzata di recente per il compleanno bianconero, prima della partita con il Brescia. È la riprova che le radici sono importanti: oggi le squadre sono affollate da troppi stranieri".
La Juventus del 2006 e quella dell'epoca dell'Avvocato: tra le partite viste assieme al nonno, ce n'è una che ricorda più delle altre?
"Non una ma tante. Indimenticabile la notte di Roma, la Coppa dei Campioni del '96 contro l'Ajax. Il nonno voleva andare via e seguire i rigori in televisione, poi siamo rimasti fino alla fine. Per fortuna".
A me, personalmente, questo personaggio continua a non piacere. Quanto a cuore (la Juve è un'azienda... il tifo è qualcosa che appartiene a mio nonno...), se la giocano lui e Giraudo. Quanto ai giudizi su Moggi, saremo costretti a "sopportarlo" per 12 anni per valutare quanto sarà riuscito a combinare nello stesso periodo della Triade.
Io continuo ad aspettare una intervista ad Andrea Agnelli.
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Visto che la cosa pare finita sotto silenzio (:P), la posto io:
Inchiesta sulla GEA
"Il nucleo provinciale di polizia tributaria della Guardia di Finanza sta per notificare l'avviso di conclusione delle indagini, passo che prelude a una richiesta di rinvio a giudizio, a Luciano e Alessandro Moggi, Francesco Zavaglia, Riccardo Calleri, Davide Lippi, Pasquale Gallo, Francesco Ceravolo e Luciano Gaucci. Nel provvedimento di sessantanove pagine e che conta ben quindici capi d'imputazione, i pm della procura di Roma, Luca Palamara e Maria Cristina Palaia, titolari dell'inchiesta sui presunti metodi illeciti della società di procuratori sportivi Gea World, ipotizzano per tutti, tranne che per l'ex presidente del Perugia (cui vengono attribuiti alcuni episodi specifici di illecita concorrenza con minaccia e violenza e di tentata violenza privata), il reato di associazione per delinquere finalizzata all'illecita concorrenza con minaccia e violenza e alla violenza privata. L'organizzazione, definita "stabile", avrebbe operato dal settembre del 2001 fino al luglio 2006.
"In particolare - si legge nel '415 bis' -, nell'esercizio dell'attività commerciale degli agenti dei calciatori, di enorme rilevanza nell'ambito del settore calcistico in quanto strettamente collegata al progressivo e sempre maggiore sviluppo del cosiddetto calcio-mercato e alla conseguente attenzione riservata agli aspetti economici riguardanti i trasferimenti e le cessioni dei calciatori professionisti, compivano atti di concorrenza con forme di minaccia, anche implicita e indiretta, per acquisire il maggior numero possibile di procure sportive da parte dei giocatori di calcio e tramite esse ottenere un potere contrattuale in grado di incidere in maniera determinante sul mercato calcistico, condizionando la gestione dei calciatori e di riflesso quella di svariate squadre del campionato di calcio italiano, nonche' costringevano i giocatori stessi, una volta acquisite le relative procure, ad accettare i trasferimenti nelle squadre di calcio da loro stessi individuate".
Poi c'è il capitolo calciatori. David Trezeguet, Nicola Amoruso, Ruslan Nigmatullin, Ilyas Zeytulaev, Victor Budyanskiy, Davide Baiocco, Fabio Gatti, Giovanni Tedesco, Manuele Blasi, Giorgio Chiellini, Corrado Grabbi, Salvatore Fresi. Sono questi i nomi dei campioni che compaiono nell'avviso di conclusione delle indagini sulla Gea come quelli costretti a rilasciare il mandato alla societa' guidata da Alessandro Moggi "a danno degli altri procuratori sportivi operanti nel settore". "
Caso Trezeguez:
"Per i pm Luca Palamara e Maria Cristina Palaia, i due Moggi avrebbero prospettato all'attaccante francese "la possibilità di ottenere un vantaggioso rinnovo contrattuale con la Juventus, società nella quale militava, laddove avesse conferito la procura sportiva ad Alessandro Moggi e l'impossibilità di fatto, in caso di non adesione alla proposta, di ottenere il prolungamento contrattuale, che in effetti fino a quel momento Luciano Moggi continuava a negargli".
Tutto quanto segue è molto interessante e troppo lungo per citarlo qui, per cui consiglio di leggerlo dalla FONTE.
Questo, per chi aspettava a gloria la giustizia ordinaria............
Inchiesta sulla GEA
"Il nucleo provinciale di polizia tributaria della Guardia di Finanza sta per notificare l'avviso di conclusione delle indagini, passo che prelude a una richiesta di rinvio a giudizio, a Luciano e Alessandro Moggi, Francesco Zavaglia, Riccardo Calleri, Davide Lippi, Pasquale Gallo, Francesco Ceravolo e Luciano Gaucci. Nel provvedimento di sessantanove pagine e che conta ben quindici capi d'imputazione, i pm della procura di Roma, Luca Palamara e Maria Cristina Palaia, titolari dell'inchiesta sui presunti metodi illeciti della società di procuratori sportivi Gea World, ipotizzano per tutti, tranne che per l'ex presidente del Perugia (cui vengono attribuiti alcuni episodi specifici di illecita concorrenza con minaccia e violenza e di tentata violenza privata), il reato di associazione per delinquere finalizzata all'illecita concorrenza con minaccia e violenza e alla violenza privata. L'organizzazione, definita "stabile", avrebbe operato dal settembre del 2001 fino al luglio 2006.
"In particolare - si legge nel '415 bis' -, nell'esercizio dell'attività commerciale degli agenti dei calciatori, di enorme rilevanza nell'ambito del settore calcistico in quanto strettamente collegata al progressivo e sempre maggiore sviluppo del cosiddetto calcio-mercato e alla conseguente attenzione riservata agli aspetti economici riguardanti i trasferimenti e le cessioni dei calciatori professionisti, compivano atti di concorrenza con forme di minaccia, anche implicita e indiretta, per acquisire il maggior numero possibile di procure sportive da parte dei giocatori di calcio e tramite esse ottenere un potere contrattuale in grado di incidere in maniera determinante sul mercato calcistico, condizionando la gestione dei calciatori e di riflesso quella di svariate squadre del campionato di calcio italiano, nonche' costringevano i giocatori stessi, una volta acquisite le relative procure, ad accettare i trasferimenti nelle squadre di calcio da loro stessi individuate".
Poi c'è il capitolo calciatori. David Trezeguet, Nicola Amoruso, Ruslan Nigmatullin, Ilyas Zeytulaev, Victor Budyanskiy, Davide Baiocco, Fabio Gatti, Giovanni Tedesco, Manuele Blasi, Giorgio Chiellini, Corrado Grabbi, Salvatore Fresi. Sono questi i nomi dei campioni che compaiono nell'avviso di conclusione delle indagini sulla Gea come quelli costretti a rilasciare il mandato alla societa' guidata da Alessandro Moggi "a danno degli altri procuratori sportivi operanti nel settore". "
Caso Trezeguez:
"Per i pm Luca Palamara e Maria Cristina Palaia, i due Moggi avrebbero prospettato all'attaccante francese "la possibilità di ottenere un vantaggioso rinnovo contrattuale con la Juventus, società nella quale militava, laddove avesse conferito la procura sportiva ad Alessandro Moggi e l'impossibilità di fatto, in caso di non adesione alla proposta, di ottenere il prolungamento contrattuale, che in effetti fino a quel momento Luciano Moggi continuava a negargli".
Tutto quanto segue è molto interessante e troppo lungo per citarlo qui, per cui consiglio di leggerlo dalla FONTE.
Questo, per chi aspettava a gloria la giustizia ordinaria............
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Ognuno ha la stampa che si merita...worldfullofnothing ha scritto:(se non lo dicono lì l'ho comunque letto altrove più o meno con le parole che uso)
E per l'appunto, leggiti bene questa (Tuttosport di oggi):
L’EDITORIALE
MANCIO, CANDIDO E LA GEA IL PASSATO NON SI CANCELLA
GIANCARLO PADOVAN
Dall’interrogatorio di Chiara Geronzi nell’ambito dell’inchiesta romana sulla Gea.
«Soci fondatori siamo stati io, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti e Giuseppe De Mita. (…) Le quote societarie erano queste: il 20 per cento lo detenevo io, il 20 per cento la Tanzi, il 20 per cento Cragnotti e poi c’era un 40 per cento in mano alla società Roma Fides, fiduciaria composta da Giuseppe De Mita e Roberto Mancini». La notizia è stata pubblicata da La Repubblica (autori Marino Bisso e Corrado Zunino) che a pagina 60 di ieri commenta: «Sopra il nome della "Roma Fides" c'è stato a lungo un alone di mistero. L'interrogatorio della Geronzi offre un nuovo scenario e chiama in causa Mancini, che in passato ha smentito più volte una sua presenza nella contestata società».
Dall'intervista a Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio, concessa a Claudio Sabelli Fioretti (il collega che fece ammettere a Massimo Moratti di avere spiato l'ex arbitro De Santis) per il Corriere della Sera-Magazine, in edicola oggi.
Domanda: Lei un giorno ha parlato dei “moralisti alla Mancini…” Risposta: «Anche lui spingeva la cacciata di Cragnotti dalla Lazio. Quando me ne sono andato, la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da 2 a 7 miliardi netti. E lui alla fine se ne è andato all’Inter portandosi via i migliori».
Restiamo in (sfiduciata) attesa di leggere su qualche quotidiano amico della squadra e della società nerazzurra (ce ne sono tanti e di importantissimi) le ragioni per cui Mancini ha sempre smentito la sua appartenenza alla Gea. Smentirà anche Chiara Geronzi, sua amica o ex amica? E se lo farà quali argomenti potrà usare? Dubito fortemente che Mancini torni sulla spinosissima questione, visto il rapporto che ha con la stampa, con la lingua italiana e – non in ultima analisi – con la verità. Come dubito che vorrà rispondere a Cragnotti perché i moralisti di facciata sono sempre opportunisti della prima ora. Infatti Mancini era il centro della Lazio di Cragnotti. E si è servito dell’una e dell’altro finché gli ha fatto comodo per la sua inspiegabile carriera di allenatore protetto da Federazione, Settore Tecnico e ambienti ad essi contigui. Ricordate la deroga, letteralmente inventata, per farlo tesserare dalla Fiorentina nonostante avesse iniziato la stagione con la Lazio come allenatore in seconda? Io sì. Peccato che tutti gli altri – Mancini incluso – fingano di dimenticarlo.
La Gazzetta dello Sport di ieri, mercoledì 22 novembre, pezzo a firma di Candido Cannavò. La rubrica dell’ex direttore ha un titolo esortativo «Fatemi capire». È un invito che raccolgo volentieri. Perché nel prendere per l’ennesima volta le distanze dalla Gea, Cannavò – al pari di Mancini – incorre in qualche fondamentale amnesia. «La Gea World – scrive Cannavò – era una sintesi discutibile e intoccabile di un potere calcistico che attraversava la grande economia, le istituzioni, un popolo di complici e finiva nel grande laboratorio di Moggi, padre e figlio, che avevano le spalle ben coperte». Poi, però, Cannavò sprofonda nell’oblio: «Spocchia, spregiudicatezza, molta abilità e persino una grande “fiera del calcio” organizzata in grande pompa ogni anno a Milano, con una copertura televisiva che era più che altro uno spot pubblicitario, fondato sul culto della personalità della dinastia Moggi».
Purtroppo, Candido omette di dire che quella «fiera» si chiamava Expogoal ed aveva tra i partner principali proprio Rcs e la Gazzetta dello Sport, quotidiano che a quella «fiera» ha dedicato spazio e lustro grazie alle sue migliori firme, ai suoi migliori cronisti, ai suoi migliori editorialisti, ai direttori ed ex direttori. Cannavò era tra essi.
Dati e date, non illazioni.
Dalla Gazzetta dello Sport del 12 ottobre 2003. «Expogoal è caratterizzata anche dai convegni (…). Domani alle 14,30 “Campionato Aic della Solidarietà”, progetto sociale dell’Assocalciatori a favore degli anziani. Moderatore Candido Cannavò». Tutto scritto (e da ricordare).
Articolo a pagina 2:
PARLA LA GERONZI
«Mancini è tra i fondatori della Gea»
Chiara, la figlia del banchiere: «Nella sua prima forma la società si chiamava General Athletic. Io insieme con la Tanzi e Andrea Cragnotti controllavamo il 20% a testa. Il 40% era della Roma Fides, fiduciaria di Giuseppe De Mita e del tecnico dell’Inter»
MILANO. Erano amici. Anzi, lo sono. Ma probabilmente Roberto Mancini non sarà entusiasta di quanto emerso dagli interrogatori di Chiara Geronzi, sentita in merito all’inchiesta romana sulla Gea e le cui dichiarazioni spontanee sono state pubblicate da “ Repubblica” nell’edizione di ieri: «Nella sua prima forma, la Gea era General Athletic e i suoi soci fondatori siamo stati io, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti e Giuseppe De Mita. Le quote societarie erano queste: 20% a testa per me, la Tanzi e Cragnotti, il 40% era in mano alla società Roma Fides, fiduciaria composta da Giuseppe De Mita e Roberto Mancini » . Insomma, tra i fondatori della Gea ci sarebbe anche l’attuale allenatore dell’Inter, che in passato ha sempre negato di aver fatto parte della società nel mirino degli inquirenti. L’unico contatto ammesso dal tecnico fa riferimento ad alcune proposte per contratti pubblicitari (la General Athletic, prima incarnazione della Gea, si occupava infatti solo di immagine e non era una società di procura sportiva come divenne in seguito). Il tecnico, successivamente, si era sempre espresso in modo piuttosto duro sulla Gea e il controllo che Luciano Moggi esercitava attraverso di essa e aveva seccamente smentito l’ipotesi di essere stato un giocatore, prima, o un allenatore, dopo, gestito dalla Gea. «Come ho già spiegato in altre occasioni e anche alle autorità competenti, non ho mai avuto nessun vincolo contrattuale con la Gea per quello che riguarda la mia professione di allenatore. Quando ero tecnico della Lazio ho solo valutato delle sponsorizzazioni commerciali che mi erano state proposte» , spiegò Mancini nel maggio scorso.
E mentre emerge quanto spiegato agli inquirenti da Chiara Geronzi, un altro pezzo del passato si rivolta contro Mancini: Sergio Cragnotti, l’ex presidente della Lazio, si esprime in toni non esattamente lusinghieri nei confronti dell’allenatore, in una lunga intervista al “Corriere Magazine” in edicola oggi. «Senza grandi conoscenze calcistiche l’ho portata al primo posto nel mondo. Per due anni siamo stati in testa alla classifica Fifa davanti a Real Madrid, Arsenal, Inter, Milan. La Juventus era tredicesima. Nella Lazio facevo grandi acquisti ma anche grandi vendite. In un anno facemmo 148 miliardi di plusvalenza. Vieri l’ho comprato a 50 miliardi, l’ho venduto a Moratti a 90. Con Nedved abbiamo guadagnato 75 miliardi, con Veron 40. Mancini? Anche lui spingeva per la mia cacciata dalla Lazio. Quando me ne sono andato la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da 2 a 7 miliardi netti. E lui alla fine se ne è andato all’Inter portandosi via i migliori» . Va ricordato che la Banca di Roma, ora Capitalia, all’epoca, come d’altronde oggi, è controllata da Cesare Geronzi, presidente del grande gruppo bancario e padre di Chiara, teoricamente socia di Mancini nella versione embrionale della Gea. L’accusa lanciata da Cragnotti nell’intervista a Claudio Sabelli Fioretti fa, dunque, riferimento all’amicizia della famiglia Geronzi con Mancini.
Più ne leggo, e più l'Inter e Mancini (soprattutto) mi fanno schifo.
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Per rapinarlo, alle 2 di notte, uscito dal ristorante dove aveva cenato.lucaDM82 ha scritto:Perchè?
Il malcapitato aveva solo 20 euro nel portafogli, e così i due bellimbusti, che lui ha descritto come due tizi dell'est europeo, lo hanno coperto di sganassoni (frattura della mandibola, una brutta rogna...).
Le indagini proseguono... Fonti della procura dicono che i due "zingari" probabilmente sono Stankovic e Ibrahimovic...
- worldfullofnothing
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Anche se applicava metodi mafiosi, la GEA dovrebbe essere pur sempre una società, no? Se tra i costituendi, sotto forma di altra società o meno, c'è Mancini, non mi pare che sia segreto di Stato capirlo.
Pensa che io lessi che ci fosse dentro pure il figlio di Carraro, tramite una società fiduciaria che faceva capo alla banca di chi, secondo te...?! Che malignità che si scrivono...
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Infatti, a quanto pare, non lo è. E' solo il diretto interessato che non se ne ricorda...worldfullofnothing ha scritto:Se tra i costituendi, sotto forma di altra società o meno, c'è Mancini, non mi pare che sia segreto di Stato capirlo.
Capitalia, ovviamente. Ma, come ben sai, improvvisamente sono diventati tutti verginelle...worldfullofnothing ha scritto:Pensa che io lessi che ci fosse dentro pure il figlio di Carraro, tramite una società fiduciaria che faceva capo alla banca di chi, secondo te...?! Che malignità che si scrivono...
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Mamma mia!!! Il Coniglio ha tirato fuori i dentini e ha fatto la puzzetta... Si salvi chi può!!!
Questa la risposta di Cobolli ad un incredibile articolo di Ziliani che chiedeva ala Juve la restituzione di altri scudetti.
Dottor Ziliani,
da juventino ma soprattutto da uomo di sport - e innamorato dello sport - mi sento profondamente offeso dall'intero contenuto del Suo sito, che fa della faziosità e dell'astio nei confronti di una sola società sportiva una vera e propria bandiera di cui Lei pare oltretutto andare fiero.
mi auguro che Lei possa un giorno rileggere in modo sereno quanto scrive nei suoi numerosi articoli e trovare, da persona intelligente quale sicuramente Lei è, dove sia in Lei il difetto di "sportività".
mi auguro di non dovere più, in futuro, intervenire in modo tanto antipatico quanto doveroso.
in fede
dottor Giovanni Cobolli Gigli.
Orsù, Smile!!!
Secondo me, non è lui (impossibile pensare che sia rinsavito).
Questa la risposta di Cobolli ad un incredibile articolo di Ziliani che chiedeva ala Juve la restituzione di altri scudetti.
Dottor Ziliani,
da juventino ma soprattutto da uomo di sport - e innamorato dello sport - mi sento profondamente offeso dall'intero contenuto del Suo sito, che fa della faziosità e dell'astio nei confronti di una sola società sportiva una vera e propria bandiera di cui Lei pare oltretutto andare fiero.
mi auguro che Lei possa un giorno rileggere in modo sereno quanto scrive nei suoi numerosi articoli e trovare, da persona intelligente quale sicuramente Lei è, dove sia in Lei il difetto di "sportività".
mi auguro di non dovere più, in futuro, intervenire in modo tanto antipatico quanto doveroso.
in fede
dottor Giovanni Cobolli Gigli.
Orsù, Smile!!!
Secondo me, non è lui (impossibile pensare che sia rinsavito).
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Senza parole.
Corrado De Biase è stato il giudice che si è occupato della vicenda calcio-scommesse degli anni 80, conclusasi con la retrocessione del Milan e della Lazio, oltre che con arresti di giocatori, dirigenti, Presidenti (tra cui quello del Milan)... una vicenda quindi certamente di portata più ampia di Calciopoli, in cui De Biase, che era il Palazzi dell'epoca, ha agito con estremo rigore. Quindi, De Biase conosce l'ordinamento sportivo, quello ordinario, e non è tifoso juventino. Queste le sue parole a Rete37, una tv locale fiorentina:
"Non posso sapere perchè la proprietà della Juventus si sia mossa in un certo modo, ma mi sento di dire, al 99%, che la vicenda è stata abilmente pilotata dai vertici della squadra torinese, a cominciare dalla richiesta di Zaccone, che ha lasciato tutti di stucco. Zaccone non è un incompetente, come molti credono, ma è stato solo un attore di questa vicenda. Bisogna avere, innanzitutto, il coraggio di affermare una realtà: il procedimento di questa estate ha partorito un autentico aborto giuridico.
Quando parlo di "aborto giuridico" mi prendo la piena responsabilità di ciò che dico. Quando si vuole espletare in due settimane un procedimento che richiederebbe almeno 6 mesi solo per un corretto iter investigativo, non può che venir fuori un aborto giuridico. Quando si cassa, per motivi di tempo, un grado di giudizio, quando si impedisce agli imputati di portare testimoni, dossier e filmati in loro discolpa, ma gli si concede solo 15 minuti per una arringa difensiva, non si può che parlare di aborto giuridico.
Quando non si concedono agli avvocati difensori degli imputati i testi integrali delle intercettazioni, adducendo che non sono pertinenti, si può solo parlare di aborto giuridico. Quando, infine, si disassegna un titolo ad una squadra, la Juventus, per assegnarlo ad un'altra, l'Internazionale, prima che si sia pronunciato il verdetto del primo iter istruttorio, allora siamo ben oltre l'aborto giuridico.
Non è un problema di giustizia ordinaria o sportiva: in ogni Paese che si definisca civile eventuali pene e sanzioni devono essere comminate dopo che sia stato verbalizzato un verdetto di colpevolezza, mai prima. E non venitemi a parlare di normative UEFA o di liste da dare alla stessa per le coppe europee: i diritti degli imputati, tra cui quello di potersi difendere con i mezzi che l'ordinamento mette loro a disposizione, vengono prima di una partita di calcio.
Il punto che mi fa pensare che Zaccone abbia agito su input della proprietà è un altro, e cioè il modo in cui si sono mossi i vertici dirigenziali della Juventus, con quel finto ricorso al TAR. Come, mi chiedo, tu allontani i dirigenti, praticamente dichiarandoti colpevole, poi assisti inerte ed impassibile ad uno scempio mediatico e giudiziario ai danni della tua squadra e poi minacci di ricorrere al TAR?
E' il concetto di chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti, se ci pensate bene. Prima ti fai massacrare senza muovere un dito, ti fai disassegnare il titolo, fai stilare i calendari per i campionati e le coppe europee e poi minacci di andare al TAR, strombazzando il tutto sui giornali? Sa tanto di mossa politica per placare l'ira dei tifosi, mi pare. Se Zaccone, che è uomo di valore ed esperienza, avesse avuto il mandato di evitare il disastro si sarebbe mosso in maniera diversa, nel senso che avrebbe fatto notare queste "anomalie" nel tempo intercorso tra la fine del dibattimento e l'annuncio dei verdetti. Quello, infatti, era il momento buono per minacciare di ricorrere al TAR, quando le sentenze non erano ancora state scritte, ma andava fatto in camera caritatis, chiedendo un incontro con Ruperto, Sandulli e Palazzi, e non di fronte ai giornalisti della Gazzetta.
Vi prego di notare che non sto discettando di alta strategia dell'arte forense, ma dei principi basici, dell'ABC della professione, di cose che si insegnano ai ragazzi che vengono in studio a fare praticantato: se tu, avvocato difensore, ritieni di avere delle armi da giocare, chiedi un incontro con il giudice e il PM, nel periodo che intercorre tra il processo ed il verdetto, e gli fai notare che, se il responso sarà giudicato troppo severo, le userai. E qua di armi ce ne erano in quantità industriale.
Poi, di fronte al fatto compiuto, chi si prende la responsabilità di fermare una macchina che macina miliardi di euro, tanto da essere la sesta industria del paese? Io, per conto mio, posso solo ribadire il concetto già espresso: una penalizzazione di 8/10 punti, una multa e la squalifica di Moggi e Giraudo per 10/12 mesi, questa era la pena congrua, a mio parere. Ogni parallelo con la vicenda del 1980 è improponibile: qua non ci sono tracce di illecito, né denaro o assegni. L'illecito ambientale non è un reato contemplato da nessun codice, a meno che non si parli di inquinamento atmosferico...."
Ritorna in auge, prepotente, la tesi del golpe operato dagli Elkann ai danni del ramo umbertiano: Andrea Agnelli e Antonio Giraudo.
Il silenzio di Andrea, in tutto questo, è troppo strano. La sensazione, è che stia affilando le armi per il contrattacco.
Corrado De Biase è stato il giudice che si è occupato della vicenda calcio-scommesse degli anni 80, conclusasi con la retrocessione del Milan e della Lazio, oltre che con arresti di giocatori, dirigenti, Presidenti (tra cui quello del Milan)... una vicenda quindi certamente di portata più ampia di Calciopoli, in cui De Biase, che era il Palazzi dell'epoca, ha agito con estremo rigore. Quindi, De Biase conosce l'ordinamento sportivo, quello ordinario, e non è tifoso juventino. Queste le sue parole a Rete37, una tv locale fiorentina:
"Non posso sapere perchè la proprietà della Juventus si sia mossa in un certo modo, ma mi sento di dire, al 99%, che la vicenda è stata abilmente pilotata dai vertici della squadra torinese, a cominciare dalla richiesta di Zaccone, che ha lasciato tutti di stucco. Zaccone non è un incompetente, come molti credono, ma è stato solo un attore di questa vicenda. Bisogna avere, innanzitutto, il coraggio di affermare una realtà: il procedimento di questa estate ha partorito un autentico aborto giuridico.
Quando parlo di "aborto giuridico" mi prendo la piena responsabilità di ciò che dico. Quando si vuole espletare in due settimane un procedimento che richiederebbe almeno 6 mesi solo per un corretto iter investigativo, non può che venir fuori un aborto giuridico. Quando si cassa, per motivi di tempo, un grado di giudizio, quando si impedisce agli imputati di portare testimoni, dossier e filmati in loro discolpa, ma gli si concede solo 15 minuti per una arringa difensiva, non si può che parlare di aborto giuridico.
Quando non si concedono agli avvocati difensori degli imputati i testi integrali delle intercettazioni, adducendo che non sono pertinenti, si può solo parlare di aborto giuridico. Quando, infine, si disassegna un titolo ad una squadra, la Juventus, per assegnarlo ad un'altra, l'Internazionale, prima che si sia pronunciato il verdetto del primo iter istruttorio, allora siamo ben oltre l'aborto giuridico.
Non è un problema di giustizia ordinaria o sportiva: in ogni Paese che si definisca civile eventuali pene e sanzioni devono essere comminate dopo che sia stato verbalizzato un verdetto di colpevolezza, mai prima. E non venitemi a parlare di normative UEFA o di liste da dare alla stessa per le coppe europee: i diritti degli imputati, tra cui quello di potersi difendere con i mezzi che l'ordinamento mette loro a disposizione, vengono prima di una partita di calcio.
Il punto che mi fa pensare che Zaccone abbia agito su input della proprietà è un altro, e cioè il modo in cui si sono mossi i vertici dirigenziali della Juventus, con quel finto ricorso al TAR. Come, mi chiedo, tu allontani i dirigenti, praticamente dichiarandoti colpevole, poi assisti inerte ed impassibile ad uno scempio mediatico e giudiziario ai danni della tua squadra e poi minacci di ricorrere al TAR?
E' il concetto di chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti, se ci pensate bene. Prima ti fai massacrare senza muovere un dito, ti fai disassegnare il titolo, fai stilare i calendari per i campionati e le coppe europee e poi minacci di andare al TAR, strombazzando il tutto sui giornali? Sa tanto di mossa politica per placare l'ira dei tifosi, mi pare. Se Zaccone, che è uomo di valore ed esperienza, avesse avuto il mandato di evitare il disastro si sarebbe mosso in maniera diversa, nel senso che avrebbe fatto notare queste "anomalie" nel tempo intercorso tra la fine del dibattimento e l'annuncio dei verdetti. Quello, infatti, era il momento buono per minacciare di ricorrere al TAR, quando le sentenze non erano ancora state scritte, ma andava fatto in camera caritatis, chiedendo un incontro con Ruperto, Sandulli e Palazzi, e non di fronte ai giornalisti della Gazzetta.
Vi prego di notare che non sto discettando di alta strategia dell'arte forense, ma dei principi basici, dell'ABC della professione, di cose che si insegnano ai ragazzi che vengono in studio a fare praticantato: se tu, avvocato difensore, ritieni di avere delle armi da giocare, chiedi un incontro con il giudice e il PM, nel periodo che intercorre tra il processo ed il verdetto, e gli fai notare che, se il responso sarà giudicato troppo severo, le userai. E qua di armi ce ne erano in quantità industriale.
Poi, di fronte al fatto compiuto, chi si prende la responsabilità di fermare una macchina che macina miliardi di euro, tanto da essere la sesta industria del paese? Io, per conto mio, posso solo ribadire il concetto già espresso: una penalizzazione di 8/10 punti, una multa e la squalifica di Moggi e Giraudo per 10/12 mesi, questa era la pena congrua, a mio parere. Ogni parallelo con la vicenda del 1980 è improponibile: qua non ci sono tracce di illecito, né denaro o assegni. L'illecito ambientale non è un reato contemplato da nessun codice, a meno che non si parli di inquinamento atmosferico...."
Ritorna in auge, prepotente, la tesi del golpe operato dagli Elkann ai danni del ramo umbertiano: Andrea Agnelli e Antonio Giraudo.
Il silenzio di Andrea, in tutto questo, è troppo strano. La sensazione, è che stia affilando le armi per il contrattacco.
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Nuovo intervento di Carletto Mazzone, romanista onesto (e perciò raro), su Tuttosport di oggi.
RIPARLA MAZZONE
«Juve, punizione troppo pesante»
Il decano degli allenatori: «E l’Inter si è messa lo scudetto vinto senza discussioni dai bianconeri»
ROMA. Torna a parlare Carlo Mazzone. E come al solito lo fa senza peli sulla lingua. Intervenuto ai microfoni dell’emittente “Radio Incontro”, l’ex allenatore della Roma ha rilasciato dichiarazioni che faranno certamente discutere. Il suo piccolo show inizia con un pensiero sullo scudetto assegnato all’Inter dopo le vicende di calciopoli: «I nerazzurri si sono voluti mettere sulle maglie uno scudetto vinto nettamente e senza discussioni sul campo dalla Juventus – ha affermato –. Sinceramente è una vicenda che non riesco a capire.
Mi sono chiesto e continuo a farlo, dove sia stato l’illecito, la partita comprata dai bianconeri». Domande alle quali il popolo juventino ha preferito, dopo tante sofferenze, non cercare risposte. Mazzone invece, sembra averle trovate: «Magari ci sono stati atti di slealtà che di sicuro andavano puniti. Ma la punizione che ha ricevuto la Juventus è troppo pesante». Una difesa non richiesta, dettata quindi da un uomo che in 39 anni di calcio, sul campo ne ha viste di tutte i colori. Alla sua non più giovane età, Carlo Mazzone si può forse permettere di dire ciò che realmente pensa del mondo del pallone. Su Moggi ad esempio ha una sua idea: «Lo conosco dai tempi della Roma. Luciano è fatto così, a volte gli piace fare anche un po’ il millantatore…». Non ha dubbi invece, sulla buona fede degli arbitri: «Continuo a pensare che nel mondo arbitrale ci siano direttori di gara più bravi ed altri meno capaci. Ma non mi venite a dire che ci sono quelli che si ‘aggiustano’ le partite. Non ci credo». Parole chiare, schiette, di chi non ha paura di dire ciò che pensa. Nemmeno se queste parole non faranno felici i tifosi giallorossi che ultimamente non stanno apprezzando queste “uscite” del ‘Sor Carletto. Ma Mazzone è fatto così, uomo leale, come quando nel pantano di Perugia nel 2000, regalò lo scudetto alla Lazio, proprio a discapito dei bianconeri: «A Roma ancora me lo rinfacciano – sorride – Quel giorno entrammo in quella piscina per dimostrare chi eravamo e giocarci la nostra partita da professionisti veri » . Nonostante la sua esperienza quasi quarantennale, non ha mai avuto la possibilità di allenare le tre grandi del calcio italiano. Non lo dice, ma di sicuro gli avrebbe fatto piacere cimentarsi ad altissimi livelli: «La Juventus ed il Milan non mi hanno mai contattato. Solo l’Inter una volta sondò un po’ il terreno. Ma poi non se ne fece nulla. Probabilmente perché non sono un tipo da giacca e cravatta ma uno con gli scarpini e la tuta». Già, e chissà che qualcuno, nonostante er “Sor Carletto” dica di esser andato in pensione, non pensi di nuovo a lui. Di sicuro, dopo le dichiarazioni di ieri, non sarà certamente Moratti.
S.C.
RIPARLA MAZZONE
«Juve, punizione troppo pesante»
Il decano degli allenatori: «E l’Inter si è messa lo scudetto vinto senza discussioni dai bianconeri»
ROMA. Torna a parlare Carlo Mazzone. E come al solito lo fa senza peli sulla lingua. Intervenuto ai microfoni dell’emittente “Radio Incontro”, l’ex allenatore della Roma ha rilasciato dichiarazioni che faranno certamente discutere. Il suo piccolo show inizia con un pensiero sullo scudetto assegnato all’Inter dopo le vicende di calciopoli: «I nerazzurri si sono voluti mettere sulle maglie uno scudetto vinto nettamente e senza discussioni sul campo dalla Juventus – ha affermato –. Sinceramente è una vicenda che non riesco a capire.
Mi sono chiesto e continuo a farlo, dove sia stato l’illecito, la partita comprata dai bianconeri». Domande alle quali il popolo juventino ha preferito, dopo tante sofferenze, non cercare risposte. Mazzone invece, sembra averle trovate: «Magari ci sono stati atti di slealtà che di sicuro andavano puniti. Ma la punizione che ha ricevuto la Juventus è troppo pesante». Una difesa non richiesta, dettata quindi da un uomo che in 39 anni di calcio, sul campo ne ha viste di tutte i colori. Alla sua non più giovane età, Carlo Mazzone si può forse permettere di dire ciò che realmente pensa del mondo del pallone. Su Moggi ad esempio ha una sua idea: «Lo conosco dai tempi della Roma. Luciano è fatto così, a volte gli piace fare anche un po’ il millantatore…». Non ha dubbi invece, sulla buona fede degli arbitri: «Continuo a pensare che nel mondo arbitrale ci siano direttori di gara più bravi ed altri meno capaci. Ma non mi venite a dire che ci sono quelli che si ‘aggiustano’ le partite. Non ci credo». Parole chiare, schiette, di chi non ha paura di dire ciò che pensa. Nemmeno se queste parole non faranno felici i tifosi giallorossi che ultimamente non stanno apprezzando queste “uscite” del ‘Sor Carletto. Ma Mazzone è fatto così, uomo leale, come quando nel pantano di Perugia nel 2000, regalò lo scudetto alla Lazio, proprio a discapito dei bianconeri: «A Roma ancora me lo rinfacciano – sorride – Quel giorno entrammo in quella piscina per dimostrare chi eravamo e giocarci la nostra partita da professionisti veri » . Nonostante la sua esperienza quasi quarantennale, non ha mai avuto la possibilità di allenare le tre grandi del calcio italiano. Non lo dice, ma di sicuro gli avrebbe fatto piacere cimentarsi ad altissimi livelli: «La Juventus ed il Milan non mi hanno mai contattato. Solo l’Inter una volta sondò un po’ il terreno. Ma poi non se ne fece nulla. Probabilmente perché non sono un tipo da giacca e cravatta ma uno con gli scarpini e la tuta». Già, e chissà che qualcuno, nonostante er “Sor Carletto” dica di esser andato in pensione, non pensi di nuovo a lui. Di sicuro, dopo le dichiarazioni di ieri, non sarà certamente Moratti.
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Ancora Tuttosport.
GEA E DINTORNI
Canovi accusa Mancini: «Protetto da Geronzi»
MILANO. Mistero Gea- Mancini: dopo le dichiarazioni rese agli inquirenti di Chiara Geronzi, che includevano il tecnico fra i fondatori della prima incarnazione della Gea (la General Athletic), arriva la smentita di Franco Zavaglia uno dei fondatori della Gea vera e propria (la Gea World di Alessandro Moggi, per intenderci), il tutto mentre Zdenek Zeman lancia un sibillino commento e lo stesso Mancini prova a fare chiarezza con un formale comunicato. Ma altre e pesanti accuse per il Mancio arrivano dall’avvocato Dario Canovi.
ZAVAGLIA E ZEMAN. «Molto probabilmente Roberto Mancini e Giuseppe De Mita facevano parte della Romafides (società che aveva il 40% della General Athletic, che ha dato origine alla Gea), ma quando è nata la Gea World loro non c’erano piu», ha detto a Radio Radio Zavaglia, che ha aggiunto: «Anche con il suo passaggio all’Inter noi non c’entriamo. Né io né Alessandro Moggi abbiamo avuto rapporti con lui quando siamo entrati nella Gea». Zeman, invece, ieri ha detto: «Mancini nella Gea? Sapevo dal primo giorno. Mi sembra strano che solo i giornali non sapessero».
MANCINI. «Non sono mai stato socio della Gea, né all’atto della sua costituzione, nè successivamente», ha spiegato il Mancio, che poi ha risposto a Cragnotti («Spingeva per la mia cacciata. E quando me ne sono andato la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da 2 a 7 miliardi netti. E lui alla fine se ne è andato all’Inter portandosi via i migliori»). Dice Mancini: «Ho sempre appoggiato Cragnotti, per mie competenze tecniche, non ho mai pensato che fosse stato un bene il suo allontanamento dal club. Inoltre l’unico calciatore che è stato trasferito all’Inter è stato Stankovic, che la società cedette, contro il mio parere, nel gennaio 2004 per non perderlo a parametro zero». Contenuti ribaditi nella sostanza da un comunicato emesso in serata dall’Inter.
CANOVI. Ma il procuratore Canovi, in un’intervista ad “Affari Italiani”, sposta l’attenzione su un’altra vicenda di Mancini, la «correzione» che gli permise di allenare la Fiorentina nel 2001: «Tutti sanno chi fece cambiare il regolamento della Federazione per consentirgli di allenare la Fiorentina: il grande protettore di Mancini era Cesare Geronzi.
Credo che non si sia voluto arrivare, allora, al fondo della questione. Se si fosse domandato all’avvocato Valitutti, presidente del Centro tecnico di Coverciano, per quale motivo fu cambiato il regolamento si sarebbe accertato tutto subito».
GEA E DINTORNI
Canovi accusa Mancini: «Protetto da Geronzi»
MILANO. Mistero Gea- Mancini: dopo le dichiarazioni rese agli inquirenti di Chiara Geronzi, che includevano il tecnico fra i fondatori della prima incarnazione della Gea (la General Athletic), arriva la smentita di Franco Zavaglia uno dei fondatori della Gea vera e propria (la Gea World di Alessandro Moggi, per intenderci), il tutto mentre Zdenek Zeman lancia un sibillino commento e lo stesso Mancini prova a fare chiarezza con un formale comunicato. Ma altre e pesanti accuse per il Mancio arrivano dall’avvocato Dario Canovi.
ZAVAGLIA E ZEMAN. «Molto probabilmente Roberto Mancini e Giuseppe De Mita facevano parte della Romafides (società che aveva il 40% della General Athletic, che ha dato origine alla Gea), ma quando è nata la Gea World loro non c’erano piu», ha detto a Radio Radio Zavaglia, che ha aggiunto: «Anche con il suo passaggio all’Inter noi non c’entriamo. Né io né Alessandro Moggi abbiamo avuto rapporti con lui quando siamo entrati nella Gea». Zeman, invece, ieri ha detto: «Mancini nella Gea? Sapevo dal primo giorno. Mi sembra strano che solo i giornali non sapessero».
MANCINI. «Non sono mai stato socio della Gea, né all’atto della sua costituzione, nè successivamente», ha spiegato il Mancio, che poi ha risposto a Cragnotti («Spingeva per la mia cacciata. E quando me ne sono andato la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da 2 a 7 miliardi netti. E lui alla fine se ne è andato all’Inter portandosi via i migliori»). Dice Mancini: «Ho sempre appoggiato Cragnotti, per mie competenze tecniche, non ho mai pensato che fosse stato un bene il suo allontanamento dal club. Inoltre l’unico calciatore che è stato trasferito all’Inter è stato Stankovic, che la società cedette, contro il mio parere, nel gennaio 2004 per non perderlo a parametro zero». Contenuti ribaditi nella sostanza da un comunicato emesso in serata dall’Inter.
CANOVI. Ma il procuratore Canovi, in un’intervista ad “Affari Italiani”, sposta l’attenzione su un’altra vicenda di Mancini, la «correzione» che gli permise di allenare la Fiorentina nel 2001: «Tutti sanno chi fece cambiare il regolamento della Federazione per consentirgli di allenare la Fiorentina: il grande protettore di Mancini era Cesare Geronzi.
Credo che non si sia voluto arrivare, allora, al fondo della questione. Se si fosse domandato all’avvocato Valitutti, presidente del Centro tecnico di Coverciano, per quale motivo fu cambiato il regolamento si sarebbe accertato tutto subito».
- Lettera 22
- Ghost Of Modern Times

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