Rispetto al primo, a cui lo accomuna un'acustica all'avanguardia, quest'ultimo presenta una peculiarità che, nella fattispecie, assume un richiamo simbolico non indifferente.
L'auditorium è infatti collocato all'interno del Lingotto, cioè quel complesso di imponenti edifici che per tanti anni hanno ospitato gli stabilimenti della Fiat, ovvero il cuore pulsante dell'industria italiana, il motore dell'economia nazionale. Non per niente esso veniva soprannominato "il tempio del lavoro".
Considerando che i Kraftwerk, nati e cresciuti in una città industriale come Dusseldorf, basano la loro forma d'arte principalmente sull'analisi del rapporto uomo/macchina e sullo sfruttamento della tecnologia in ambito musicale, la scelta di questa sede per la loro seconda data italiana appare particolarmente coerente ed appropriata.
Scelta che tra l'altro è stata risolutamente espressa dagli stessi membri della band, evidentemente consapevoli non solo dell'eccellente acustica che valorizza il complesso, ma anche del suo carattere fortemente evocativo.
Anche se esternamente il Lingotto conserva chiaramente la struttura di una gigantesca fabbrica, sia pure rimodernata, all'interno esso ospita, tra l'altro, un enorme centro commerciale, con numerosi ristoranti e negozi e in cui mi avventuro per ingannare l'attesa che mi separa dall'inizio dell'agognato concerto.
Dopo avere fatto l'ingresso nell'elegante atrio dell'auditorium, noto che la moltitudine dei presenti è intenta a prendere d'assalto il banco in cui viene venduto il merchandising del gruppo.
Tutti acquistano almeno un articolo, nonostante i prezzi siano tutt'altro che a buon mercato. 15 euro per un manifesto mi sembrano davvero un'esagerazione. Per non parlare dei 20 euro delle magliette. Ma è evidente: come nel caso di capi firmati da stilisti di fama mondiale, in queste situazioni più della sostanza conta il marchio, unico ed inimitabile, come la musica dei Kraftwerk.
Sta di fatto che, dopo aver depositato nel guardaroba il materiale avidamente arraffato, attendo con ansia e trepidazione che l'inserviente di turno abbassi la fatidica cordicella che ci separa dalla linea del traguardo, usando una metafora ciclistica quantomai appropriata per l'occasione.
Questo avviene solo alle 20.45: inevitabilmente, lo spettacolo inizierà in ritardo. Comunque, nel raggiungere il mio posto ho modo di rivedere Gabo, anche lui reduce dalla spossante trasferta romana, che gli ha consentito peraltro di acquisire da DM_Robbie_DM il prezioso lasciapassare verso l'eternità (in altre parole, il tagliando dello show).
Tra l'altro, entrambi ci troviamo nella platea più avanzata, rispettivamente in seconda e terza fila, centralissimi: il sipario è proprio dinnanzi a noi, tanto che non si resiste alla curiosità di dare una sbirciatina per vedere cosa c'è al di là.
Ebbene, le quattro postazioni dei membri del gruppo sono proprio lì, a un paio di metri da noi. Non mi era mia capitato di assistere ad un concerto essendo così a ridosso del palco, e per giunta in condizioni di assoluta comodità, dato che i posti sono numerati e le poltroncine alquanto confortevoli.
Nel frattempo ci raggiunge anche Singalongmode, uno dei pochi fortunati ad avere già assistito ad una esibizione del quartetto durante il precedente tour, risalente ormai a tredici anni fa.
Ma stasera l'atmosfera appare molto più elettrica di allora: il teatro si va rapidamente riempiendo, si avverte nell'aria un clima effervescente, di grande attesa ma anche di estrema compostezza e persino solennità.
A ciò contribuisce anche un inaspettato annuncio da parte dello speaker, che, dopo aver dato la buonasera ai presenti, e dopo aver intimato al pubblico di non effettuare foto o filmati, per richiesta esplicita della band, ci tiene a sottolineare la predilezione dei Kraftwerk per questo teatro, in cui hanno l'opportunità di esibirsi anche in virtù del diretto interessamento dell'assessore comunale alla cultura.
Insomma, pare davvero di dover assistere all'inaugurazione di una mostra di impressionisti francesi o ad un importante concerto di musica sinfonica.
Verso le 21.30, parte un sottofondo musicale analogo a quello che si ascolta collegandosi al sito internet del gruppo: un'introduzione fatta di suoni ipnotici e sinistri, che si addice perfettamente all'aura di mistero che avvolge da sempre la band teutonica.
Quando le luci si abbassano definitivamente iniziano le note di una glaciale Man Machine, mentre sul sipario appaiono le enormi sagome nere dei quattro componenti del gruppo, su uno sfondo rosso vivo. È il primo dei tanti momenti topici della serata.
Quando poi il sipario si apre, il pubblico va letteralmente in delirio, dinnanzi alla visione dei quattro musicisti che, schierati dietro le loro tastiere, indossano un elegante abito grigio scuro che nasconde le caratteristiche camicia rossa e cravatta nera.
Personalmente, mi piace pensare che, con questa eloquente apertura, i Kraftwerk abbiano voluto rendere omaggio al loro capolavoro assoluto, ed insieme colmare una sorta di lacuna, e cioè il fatto che a quel disco non fece sfortunatamente seguito alcun tour promozionale, nonostante le pressioni in questo senso.
Già in questo inizio folgorante colpiscono le proiezioni sullo schermo situato alle loro spalle, con spartane figure geometriche e le parole a caratteri cubitali Man Machine che compaiono e scompaiono, si compongono e si decompongono, si intersecano e si separano in varie lingue ed in un fantasioso gioco sincronico e cromatico (rosso e nero).
I Kraftwerk ci appaiono come quattro aristocratici signori che, schierati rigorosamente e democraticamente in linea dietro le rispettive console, più che di semplici musicisti hanno l'aspetto di compassati ingegneri del suono, meticolosi operatori intenti a curare il buon funzionamento della loro sofisticata produzione multimediale.
L'apparenza tuttavia non deve ingannare: ad un'attenta osservazione, è Ralf Hutter ad emergere nettamente e ad imporsi come leader, come punto di riferimento del gruppo, confermando anche sul palco il suo supposto ruolo (con i Kraftwerk non si possono mai avere certezze assolute) di mente creativa della band.
Lungi dall'essere quel manichino rigido e statico che ci si poteva aspettare, Hutter si distingue dagli altri componenti per il modo in cui interpreta la sua musica, ne segue il ritmo con partecipazione, la sente e la vive con lo stesso coinvolgimento emotivo di un compositore di musica da camera. Il rapporto con la macchina, e quindi con la musica, specie nel suo caso, è intimo, organico, totalizzante.
È veramente incredibile il carisma che riesce a trasmettere nonostante non si scosti mai da quel misurato, dimesso contegno che non lascia spazio ad alcuna escandescenza, ad alcun atteggiamento plateale, persino ad alcuna parola che si sottragga ad una sequenza predefinita nei minimi particolari, eppure in grado di affascinare ed emozionare.
Tra un brano e l'altro osserva con attenzione il suo schermo personale, dandomi l'impressione di voler lanciare un algoritmo di calcolo, più che di cominciare una semplice canzone, mentre gli altri componenti lo assecondano con inappuntabile professionalità, come suoi fidati assistenti.
Quando canta, Ralf ha la tendenza ad avvicinare la mano destra alla bocca, forse per richiamare l'attenzione del pubblico. Tra l'altro, passa con estrema disinvoltura da una lingua all'altra (inglese, tedesco, francese e italiano) rivelando, in tutti i casi, un accento pressoché irreprensibile.
Del resto, il cosmopolitismo, l'utilizzo di idiomi differenti in funzione squisitamente ritmica ("usiamo le nostre voci come un altro strumento", dichiarava Ralf già trent'anni fa), persino l'esaltazione di un patrimonio culturale ed artistico comune che percorre idealmente il continente europeo, come il mitico Trans Europe Express, sono alcuni degli elementi costanti dell'arte kraftwerkiana.
Mi ha stupito anche la pressoché totale mancanza di dialogo, di interazione con il pubblico. Non solo i quattro non indugiano nelle rituali frasi di circostanza, magari imparate a memoria cinque minuti prima di salire sul palcoscenico, ma non si concedono neppure qualche canonico ringraziamento alla platea che pure Florian, in particolare, scruta spesso nelle sue prime file, ma senza mai tradire quell'espressione di assoluto distacco ed impassibilità, che lo accompagnerà per tutta la serata.
Anche per questo, le più di due ore effettive di spettacolo offerto assumono un valore ancor più prezioso. Nessuna concessione a certi irritanti meccanismi dello show business, nessuna pausa, nessuna ruffianeria ipocrita, nessuna ricerca di facili consensi che non siano frutto esclusivo della loro arte pura.
Il fatto è che, in questi insoliti atteggiamenti, non c’è nulla di costruito od artificioso: è il loro modo naturale di essere sul palcoscenico, un’espressione della loro cifra stilistica, se vogliamo.
Dopo l'iniziale omaggio ai Kraftwerk più classici, il secondo brano apre invece una sequenza dedicata alle produzioni più recenti del gruppo tedesco, capaci di riportarli alla ribalta dopo tanti, troppi anni di stranito mutismo.
Così, ad una versione dance/hip-hop di Expo 2000, molto diversa dalle vellutate atmosfere ambient dell'originale, seguono vari pezzi tratti da Tour De France Soundtracks, ultima fatica dei Nostri.
Tra questi, mi ha colpito in particolare Vitamin, soprattutto per le esilaranti proiezioni di colorate pillole che spiovono dall'alto quasi a volersi posare su quei disarmanti, briosi riff di tastiera che ricordano tanto, specie nella chiusa, il Gary Numan più "classico" di The Pleasure Principle.
In effetti, ad uno sguardo smaliziato tutte quelle variopinte pasticche evocano ben altro che le banali vitamine A,B,C,D della canzone, ma, si sa, all'interno dell'orizzonte idealizzato e moralmente ineccepibile che in cui si colloca il mondo dei Kraftwerk, non c'è spazio per riferimenti a costumi e pratiche poco limpide.
Anche Tour De France, rielaborazione dell'omonimo brano del 1983, non mi è mai apparsa così maestosa, sfavillante, persino poetica, con quella introduzione di sole tastiere a precederla e le immagini in bianco e nero di leggendari corridori e mitiche corse del passato.
In questa fase consacrata alla celebrazione della "Grande Boucle", l'unico rammarico è rappresentato dall'esclusione di un brano, La Forme, che sorprende per equilibrio espressivo, eleganza stilistica, dovizia di sonorità; un raffinato esempio di techno-ambient d'avanguardia, che reca indelebilmente l'inconfondibile marchio di fabbrica della band di Dusseldorf.
Forse è anche il brano più innovativo di Tour De France Soundtracks, o almeno l'unico che non ripercorre delle tappe già esplorate nel glorioso passato del gruppo, fatta eccezione, e non è un caso, per la recente Expo 2000.
Proprio per questo ritengo che avanzare più a fondo lungo la strada intrapresa con La Forme potrebbe offrire inediti stimoli e dare nuovo smalto alle velleità più genuinamente artistiche di Ralf e soci.
Ritornando allo show, la parte centrale propone, uno dietro l'altro, in una sequenza mozzafiato, i più grandi successi del gruppo, brani con cui i Kraftwerk si sono conquistati di diritto un rilievo assoluto nella nascita e nell'evoluzione storica della musica elettronica contemporanea.
Autobahn, in particolare, è accolta da un'ovazione del pubblico che travolge lo stesso Henning Schmitz, il quale, per quanto si sforzi, non riesce a trattenere un compiaciuto sorriso, mentre Florian Schneider si smuove dal suo apparente torpore per sovrapporre la sua voce a quella di Ralf, nel ritornello della canzone.
La grafica stilizzata insiste su delicate immagini e disegni color pastello di auto d'epoca le quali solcano strade che attraversano paesaggi naturali rigogliosi e rilassanti, in un'atmosfera serena e pacificata ben lontana da quella che invece caratterizza molte delle attuali arterie autostradali, inquinate ed intasate dal traffico, che collegano i moderni centri urbani, opprimenti ed alienanti.
Questa singolare compenetrazione di passato e futuro, l'incessante ricerca di un equilibrio tra uomo e macchina, l'esaltazione di un progresso tecnologico in qualche modo compatibile con il rispetto dell’ambiente naturale percorrono l'intera discografia kraftwerkiana fino agli esiti più attuali.
Per stessa ammissione di Hutter, anche il concetto che sta alla base di Tour De France Soundtracks, infatti, è analogo a quello degli album che lo hanno preceduto: la ricerca di un rapporto armonico tra i due elementi, uomo e macchina, che in questo caso diventa anche un programma di benessere fisico.
La tematica ambientalista ritorna, anche se sotto un'altra forma, anche in Radio-Activity, preceduta da un allarmante messaggio che denuncia i rischi e i danni prodotti sull'uomo e sull'ambiente dallo sfruttamento dell'energia nucleare, nella prospettiva di una crociata anti-nucleare che già nel 1991 aveva visto i Kraftwerk schierarsi insolitamente in prima fila nella battaglia per lo smantellamento della centrale atomica di Sellafield, in Inghilterra.
Sul piano musicale, la versione di Radio-Activity proposta si ricollega da vicino a quella, già splendida, contenuta nell'album The Mix, anche se in questa circostanza assume un inedito impeto drammatico che ne fa uno dei momenti più intensi dello spettacolo. In ciò, anche l'acustica dell'auditorium, che valorizza la nitidezza e la qualità dei singoli suoni, riveste un ruolo non secondario.
Lo stesso dicasi per Trans Europe Express/Metal On Metal, le cui aggressive percussioni metalliche sono esaltate da un video molto realistico, al punto che, osservando dalle prime file quel vorticoso succedersi di rotaie e di scambi, sembra di essere veramente proiettati nella carrozza di testa di un treno lanciato a folle velocità verso chissà quale destinazione.
Il sipario si chiude per la prima volta, e quando si riapre sui ritmi sincopati di Numbers, i quattro riappaiono con le loro cravatte che rivelano luci rosse lampeggianti in sequenza. È questa la parte dello show che mostra il lato più cibernetico e futurista della band tedesca, dove inevitabilmente a farla da padrone sono i pezzi dell'album capolavoro datato 1981, Computer World, oltre che l'immancabile The Robots ed un paio di pezzi tratti da Tour De France Soundtracks, ossia Aéro Dynamik e Elektro Kardiogramm che, pur inseriti in questo proibitivo contesto, non sfigurano affatto.
Da rimarcare l'irresistibile performance di Pocket Calculator, con Ralf che, cantando in italiano, scatena il delirio degli spettatori, i quali fanno più che mai fatica a rimanere incollati alle loro poltrone, mentre il concerto si trasforma ormai in una grande, gioiosa festa. Ecco il modo personalissimo dei Kraftwerk di rendere omaggio al Paese che li ospita, un modo spontaneamente incorporato nella loro arte e di certo più efficace e gustoso di tante inutili smancerie.
Preannunciati dalle rispettive sagome che spuntano minacciosamente sul tendone, i robots si rendono protagonisti del loro esordio torinese in un tripudio di luci bianche e nere a rapidissima intermittenza, facendosi tra l'altro notare per la mobilità delle loro braccia meccaniche, decisamente superiore a quella delle relative controfigure umane in tutto il resto dello show.
Esaurite le batterie, i robots si ritirano e cedono nuovamente il passo ai quattro Kraftwerk in carne ed ossa, che riappaiono indossando una tuta in fibre ottiche incandescenti, per regalarci un finale di spettacolo, tanto per cambiare, entusiasmante.
In particolare, Boing Boom Tschack/Musique Non Stop, che si basa su una rielaborazione simile a quella contenuta nell'album The Mix, si distingue per la parte conclusiva in cui, ad uno ad uno, i componenti della band offrono un breve saggio delle potenzialità dei loro "strumenti di lavoro", per poi uscire di scena tra gli applausi scroscianti del pubblico.
Prevedibilmente, l'ultimo ad andarsene è Ralf, che si esibisce in alcune strabilianti variazioni sonore sul medesimo riff di tastiera, in un'ottica che richiama alla mente il familiare minimalismo di pezzi come Technopop (1986).
Ralf è anche colui che augura la buona notte al pubblico (in inglese, francese e italiano), e di fatto è questa l'unica espressione rivolta direttamente al pubblico dalla band, per tutta la durata del concerto.
Mentre lo show si chiude, il pubblico tributa un caloroso applauso al gruppo, cui ne segue un altro, a luci ormai accese, non appena si spengono le ultime note di Music No Stop.
Inutile dire che siamo tutti estasiati, consapevoli e, perché no, orgogliosi, di aver assistito ad un evento raro e indimenticabile.
Con questo show, i Kraftwerk hanno fatto letteralmente a pezzi l'idea secondo cui la musica elettronica non può assumere un'autentica dignità artistica, ma anche quella secondo cui essa non può funzionare in uno show dal vivo.
Praticamente tutte le canzoni presentate vengono proposte con un arrangiamento sensibilmente diverso rispetto alla relative versioni originali, rispetto alle quali spesso suonano addirittura migliori, più potenti ed incisive: una prerogativa, questa, tipica dei grandi concerti rock, ma che assai raramente è riscontrabile in uno spettacolo di musica elettronica.
Invero, il grosso del concerto è basato sull'indispensabile apporto di basi pre-registrate, ma chi conosce i dischi del gruppo non avrà potuto fare a meno di accorgersi che molti brani sono stati oggetto di una notevole opera di rielaborazione da parte dei membri della band che, per di più, in molti momenti del live intervengono direttamente nel modulare i suoni, nel dare sfogo ad alcuni effetti, nell'eseguire alcune partiture strumentali.
Il risultato finale è strabiliante: le canzoni risultano moderne, dinamiche, estrose, godibili al punto che, in più di un'occasione, durante lo show, ho pensato che il concerto avrebbe potuto protrarsi per tutta la notte senza che ciò mi avesse potuto arrecare la benché minima sensazione di noia.
L'attesa spasmodica che aveva preceduto lo show, la pittoresca sede del concerto, i brani storici, gli arrangiamenti prodigiosi, le proiezioni visive spettacolari e perfettamente speculari alla musica, la presenza di un pubblico competente e partecipe: insomma, tutto ha concorso a creare ed alimentare l'atmosfera magica di questa serata.
Ora, rinvigoriti dalla vitalità di cui i Kraftwerk hanno dato prova in questi concerti, la speranza è che, anche considerato il successo generalizzato che la band di Dusseldorf ha riscosso con l'attuale tour, ci possano essere le condizioni perché essa prosegua con continuità e rinnovato entusiasmo il suo progetto musicale, dopo essersi finalmente sottratta alle ombre in cui era rimasta avvolta negli anni '90 per proiettare la propria inossidabile leggenda anche sul ventunesimo secolo.
La scaletta:
1.The Man Machine
2.Expo 2000
3.Tour De France 1,2,3
4.Vitamin
5.Tour De France
6.Autobahn
7.The Model
8.Neon Lights
9.Radio-Activity
10.Trans Europe Express
11.Numbers
12.Computer World
13.It's More Fun To Compute/Homecomputer
14.Pocket Calculator
15.The Robots
16.Elektro Kardiogramm
17.Aéro Dynamik
18.Musique Non Stop


