Vi invito a leggerla attentamente xchè a mio modesto parere è molto molto interessante.
Dopo averla letta..... via al dibattito.
DAVE GAHAN
No sex. No drugs. Just rock`n`roll.
di Francesco Eandi
Non è tanto il disco, diciamolo. E' il personaggio. "Paper Monsters", prima fatica solista del cantante inglese, è, più che un disco discreto, soprattutto una ghiotta occasione per fare il punto della situazione con un personaggio chiave della musica rock degli ultimi venti anni. Front man indiscusso dei grandissimi Depeche Mode, Dave Gahan è un veterano di mille palchi che, già al rango di rock star, ha trovato la voglia e il coraggio di mettersi in discussione, di rialzare la testa dopo i problemi di droga e il tentanto suicidio di qualche anno fa, e di ritagliarsi un nuovo spazio e una nuova vita. Vita famigliare, di cui è entusiasta, al punto da dedicarvici un disco e la maggior parte delle parole spese per presentarcelo.
Come mai la scelta di uscire con un album solista, dopo tanti anni con i Depeche?
Penso che gli ultimi 3 anni siano stati molto importanti per me. In un certo senso mi sono ritrovato maggiormente con me stesso, a meditare sui miei sentimenti e sulla mia vita, e ho scoperto di avere ancora voglia di fare cose nuove, anzi, di provare a fare quello che non avevo mai fatto, come lavorare con altre persone, su un progetto che non fosse quello dei Depeche Mode.
Non sarà mica un modo come un altro per dire che ti sei stufato dei Depeche?
No, non penso proprio (ridendo)! Mi piacciono ancora i Depeche Mode, sono la mia band! Siamo stati insieme per 22 anni. Ma capita sempre nelle nostre carriere qualcosa che ti porta a ripensare a quello che è stato, e quello che sarà. Quando Alan [Wilder] ha lasciato il gruppo ci siamo sentiti esattamente in questa posizione, perfettamente vulnerabili. Io e Martin [Gore] abbiamo reagito chiamando altre persone a lavorare con noi, molte altre persone, proprio perché ritengo che provare nuove strade, nuovi suoni, nuova musica, insomma, sia una sfida da portare avanti come musicista, e tutte queste novità possono venire solo condividendo il tuo progetto con altre entità con cui scambiare idee, critiche e suggerimenti. Ed è anche quello che ho fatto per il mio disco.
Da dove sei partito per "Paper Monsters"?
Dalle liriche. Sapevo già dove volevo andare a parare, volevo che questo disco riflettesse la mia vita ma nello stesso tempo fosse pieno di speranza, perché è esattamente con questo atteggiamento che ora guardo alla mia vita. Ho una vita meravigliosa, ho una famiglia meravigiosa che mi ha dato così tanto, cose così semplici ma incredibilmente preziose. Ho sempre cercato qualcosa che mi facesse sentire meglio con me stesso, e ora, con la mia famiglia, penso proprio di averlo trovato. Ho tutto il tempo per diventare un marito migliore, un padre migliore. Stavo parlando con mia moglie ieri sera e lei mi diceva "Ehi, quando vieni a casa? È davvero dura con due bambini, qui da sola!"
Insomma, quasi un concept sulla bellezza dell'essere mariti e padri di famiglia
Beh, non esattamente, ma sicuramente c'è anche questo aspetto. Anche se forse qualcuno pensa che non sia la persona più adatta per parlare di queste cose, visto che la mia vita passata ha conosciuto degli alti e bassi! Ma questo disco, scriverlo e lavoraci, ha rappresentato per me come una liberazione da tutti i sentimenti negativi che mi si sono accumulati dentro per anni; ha significato un lungo e importate momento di catarsi, perché parla di me, della mia vita, di quello che è stato e di come è ora. E' come se mi fossi finalmente liberato dal ruolo di "impostore" che sentivo di ricoprire, in un certo senso, con i Depeche Mode. So di aver contribuito molto al gruppo a molti livelli, cantando e dando energia e vita alle parole di Martin [Gore, autore di tutti i brani dei D.M., nda]. Ma, per l'appunto, si è sempre trattato delle sue parole, dei suoi sentimenti, e so che è ridicolo, ma specialmente negli ultimi tempi era come se mi sentissi in colpa a cantare di cose non mie.
E in quel momento hai detto: faccio un disco tutto mio!
Più o meno. In realtà prima mi sono detto: perché questo disagio? Cosa posso fare d'altro che non sia puntare il dito verso qualcun altro perchè mi sento così? Allora ho deciso di dare vita a un progetto mio, in cui raccontare Dave Gahan ieri e oggi, e anche della sua famiglia, delle sue due figlie, che gli fanno vivere ogni giorno come fosse una nuova avventura.
Dunque è vero, come affermano molti altri artisti il diventare padre ti cambia?
Sicuramente. Ora sono in grado di comprendere meglio anche la mia, di infanzia. Mio padre se ne andò di casa quando avevo sei mesi, il marito di mia madre morì quando avevo nove anni. Così da quell'età ho dovuto badare a me stesso. Mia madre era sempre molto stanca. Faceva del suo meglio, aveva due lavori. C'è stato un periodo quando ero un teenager in cui pensavo che mia madre davvero non si interessasse di noi, ma non vedevo che lei stava semplicemente facendo tutto quanto poteva. Ci ha vestito, ci ha nutrito, ed è sempre stata molto affettuosa. Oggi penso che tutti questi doni mi siano stati dati per cambiare e imparare. Penso di aver raggiunto un punto della mia vita in cui chiedere perdono, chiedere aiuto, dire alla gente come mi sento. Ho dato tutto me stesso ai Depeche Mode e alla musica, ma spesso mi sono sentito con nient'altro più da dare a tutta la restante parte della mia vita esterna alla band. Ora cerco di essere più bilanciato, di curare la mia musica ma senza trascurare la mia famiglia. Sono le due cose più importanti della mia vita.
Stai per venire in Italia, dopo esservi già stato quest'estate. Chi non ti ha visto in azione all'Heineken Jammin Festival cosa deve aspettarsi? Sicuramente non uno show dei Depeche Mode! Sono molto contento di questo tour proprio perché è tutto così completamente diverso: con i Depeche ci esibivamo davanti a un pubblico enorme, il tour-bus gigantesco, i 16 tir per trasportare strumenti e le attrezzature del palco, eccetera. Con la mia band oggi è invece come tornare agli inizi, tutto in scala ridotta, suoniamo nei club, la mia famiglia mi segue. Quando ho scritto le canzoni di "Paper Monsters" mi sono più volte immaginato essere su un palco e cantarle, si può dire che le ho scritte tenendo bene in mente come dovessero suonare una volta che avessi avuto il pubblico davanti da guardare negli occhi!
D'altra parte, e senza nulla togliere al tuo songwriting, rimani prima di tutto un performer.
Oh, certo. A differenza di Martin, io adoro esibirmi live. E l'ultimo tour [di supporto all'album "Exciter"] è stato molto bello, forse abbiamo suonato con la miglir band di sempre. Ho ritrovato delle sensazioni che pensavo di aver perso.
Ti riferisci al "Devotional tour" del '93, in seguito al quale Alan Wilder lasciò più tardi la band?
Esattamente, quel tour ci lasciò in condizioni fisiche e psicologiche devastanti. Alan decise di andarsene e per noi fu una bella botta, lui aveva pieno controllo su tutta la parte "sonora" dei Depeche Mode. Ma come ti ho detto lavorare con altra gente è stato un toccasana, sia per i Depeche Mode che per me, con questo disco, che è nato in maniera totalmente spontanea e rilassata: Knox [Chandler, coautore dei brani] strimpellava sulla sua chitarra o su un violoncello, e accostava strani effetti sonori mentre io improvvisavo testi e una linea melodica, con libri e fogli sparsi per tutta la stanza. Quando scrivemmo la settima canzone insieme, ci siamo guardati e abbiamo cominciato seriamente all'ipotesi di far uscire un disco.
Prima scrivevate solo per diletto?
Assolutamente. Suonavamo insieme ma non eravamo nell'idea del disco solista. Anzi, avevo fatto ascoltare qualche pezzo a Martin durante il making of di "Exciter", ma lui non mi diede veramente una risposta, voglio dire, mi disse che gli piacevano, che erano buone canzoni, ma lì ho capito che non andavano bene per i Depeche Mode, o quanto meno non ancora. Magari in futuro. Ci possiamo pensare.
Mi stai dicendo che Martin Gore è disposto a lasciar scrivere a qualcun altro un brano dei Depeche Mode? Non succedeva da "Construction Time Again"
Eh eh, perché no?, davvero! Tutto può accadere!
Sei soddisfatto di come stanno andando le cose per "Paper Monsters"?
Molto. All'inizio ero molto ansioso, ero quasi bloccato al pensiero che il disco potesse venir fuori inascoltabile, che non sarebbe piaciuto a nessuno, avevo paura di correre il rischi di sputtanarmi.... e allora sarebbe stata dura, anche perché queste canzoni sono così personali. Ma io ho voluto rischiare.....ho registrato il disco a mie spese! E ora tutto sta andando per il meglio, i ragazzi della Warner fin dall'inizio sono stati entusiasti di quello che hanno sentito. Sto girando tutto il mondo con questo tour, ho fatto interviste con riviste e giornali di tutto il mondo, italiane, francesi, tedesche, polacche, russe! Interviste internazionali. E ottime recensioni del disco, ovunque. Il giornalista dell'Indipendent mi ha detto: "Wow! Hai fatto veramente un disco affascinante!"
Un disco molto rock, sicuramente di più di quanto abbiamo mai sentito con i Depeche, anche se l'aria di casa c'è sempre.
Un pò è inevitabile, essendo io parte dei Depeche Mode. Anche se i Depeche Mode hanno avuto sempre uno spettro di influenze molto vario, dal gospel al blues, che io cercato di portare dentro massivamente perché è la musica che amo. Nonostante questo "Exciter" è venuto fuori molto elettronico, così come lo voleva Martin. Ma ho cercato di lavorare diversamente, i musicisti con cui ho collaborato non sono stati costretti a fare qualcosa che volessi io, o che avessi pianificato a priori. Un musicista che si trova a collaborare con i Depeche si sente dire: "questi sono i pezzi, ora ti diciamo cosa devi fare". Io invece ho detto ai miei: "questi sono i pezzi, fai quello che vuoi!". E tutto è venuto fuori spontaneamente.
Mi pare di capire che hai qualche critica da riservare alla gestione Martin Gore della tua band…
Martin scrive i pezzi ed è giusto che sia a lui prima di tutti a dire come questi devono suonare. Eppure ho come l'impressione che abbiamo troppo costretto i nostri musicisti dentro regole talmente rigide da togliere tutta la spontaneità che questi potevano portare. Voglio dire, una volta abbiamo registrato un pezzo, io e un bravissimo percussionista, c'era feeling in quel pezzo, si sentiva l'energia! Beh, abbiamo ripassato le due settimane successive a "pulirlo".
Cosa pensi sia rimasta di quell'energia?
Niente, abbiamo avuto alla fine un pezzo pulito, ma senza vita. Ti dirò la verità: non vedo nessuna necessità per i Depeche Mode di fare un nuovo disco fino a che Martin e io non ci sediamo uno di fronte all'altro e ci parliamo liberamente, apriamo la nostra anima uno all'altro e sfruttiamo appieno l'energia delle altre persone che lavorano con noi, il loro entusiasmo. Non voglio stare seduto per un altro anno fissando lo schermo di un computer con qualcuno che si occupa del suono pigiando dei tasti. Questa fissazione del suono "perfetto" è paradossale. La perfezione non rende un brano pieno di energia, lo spoglia solo della sua anima.
Ho come l'impressione che le session di registrazione di "Exciter" non abbiano esattamente incontrato il tuo favore.
Penso che abbiamo ancora moltissime opportunità, ed è nostro dovere sfruttarle appieno. Dobbiamo tentare nuove strade, muoverci oltre. Abbiamo la chanche di fare tutto quello che vogliamo, la nostra casa discografica non si sognerebbe di metterci nessun ostacolo e il nostro pubblico è fedele da anni. Cosa ci spaventa? Dal vivo il nostro suono è genuino, vero, pieno di energia. Ecco, voglio portare questa energia anche su disco. Con questo non voglio dire che non ami "Exciter" ma ritengo che avrebbe potuto avere un suono diverso.
Cosa ricordi del periodo successivo a "Songs Of Faith And Devotion"? Ora che sembri essere così innamorato della tua nuova vita, cosa ti ricordi del Dave Gahan di quegli anni, con i problemi di droga, il tentato suicidio?
In realtà non è stato un periodo così terribile. O meglio, è stato un periodo con molti alti e tanti bassi, terribili, questi sì. Molto divertimento ma molto lavoro duro. Un anno per fare il disco e due anni in tour. Troppo lungo. Nessuno potrebbe resistere senza passare dei momenti d'inferno, attimi in cui ti chiedi qual è il tuo posto nella vita, sballottato da una città all'altra. Quando sono tornato a Los Angeles ho passato sei mesi in una stanza di hotel perché al ritorno non avevo dove andare. O meglio, avevo casa mia naturalmente, sulla collina sopra la città, ma non sapevo cosa vi avrei fatto, cosa fare con me stesso, cosa fare di tutto quel tempo libero che improvvisamente mi trovavo ad avere. E soprattutto mi sentivo solo. Per questo la mia famiglia è così importante per me, perché senza di essa sono davvero solo. E io non sopporto stare da solo.
FAITH AND DEVOTION





