“To celebrate the fact that we’ve seen the back of another black day”
In questa frase è racchiusa l’essenza e il fine ultimo di uno dei più intensi e introspettivi lavori dei Depeche Mode, che vide la luce il 17 Marzo del 1986 in maniera piuttosto travagliata.
Predominante in questa delicata fase del loro percorso musicale storia fu senz’altro la confusione, il disorientamento, la mancanza di nuovi stimoli, l’incomunicabilità, la sfiducia. Reduci da un enorme successo in tutto il mondo, quattro ragazzi travolti da un fenomeno più grande di quanto potessero aspettarsi si ritrovarono a fare i conti con quanto la vita aveva improvvisamente messo loro di fronte. La gloria, il pubblico in delirio, le molteplici pressioni, le crescenti aspettative.
Quando ci si trova all’apice della fama, si finisce per chiedersi come ci si è arrivati, se si riuscirà a salire ancora più in alto, se quello che si è raggiunto prima o poi arriverà a travolgerti. Si ha ancora tanto da dire, idee e nuovi spunti da sviluppare, ma non si sa da dove cominciare e quale sia il modo migliore affinché gli altri possano coglierne l’essenza. Il vivere quotidiano, con i suoi ritmi prevedibili ed inarrestabili, è un sistema incontrovertibile di eventi e situazioni in divenire, cui l’uomo non può opporsi. Ecco il senso della “giornata nera”, la “black day”: un’altra delle interminabili giornate appena trascorse in cui ogni cosa si genera e si distrugge, decade e si deteriora. L’uomo è tristemente impotente di fronte alla realtà. E allora ecco quel senso di vuoto, la sfiducia, lo smarrimento, l’inadeguatezza. Ci si chiude in se stessi in un’introspettiva ricerca del proprio io, prendendo le distanze da un mondo percepito come completamente estraneo al proprio modo di sentire, ci si interroga sul senso stesso dell’esistenza, un senso di oppressione claustrofobica pervade l’anima.
Questa visione drammatica e nichilista propria del movimento esistenzialista permea ogni nota di Black Celebration, riflette lo stato d’animo dell’autore e dell’ambiente in cui il disco è stato prodotto, si fa espressione di un trend musicale che fonda le sue radici nella new wave di fine anni 70-inizio anni 80. Tale genere, fortemente influenzato dal punk, assume vari connotati e sfumature, tra le quali si annoverano il filone goth-dark e la corrente industrial-sperimentale; dette sonorità sono caratterizzate dal minimalismo e l’essenzialità degli arrangiamenti e dei suoni, note e atmosfere cupe scanditi ossessivamente da una ritmica martellante, tribale, suoni metallici e artificiali, ispirati dalla realtà di tutti i giorni. Gruppi come Bauhaus, Joy Division, Killing Joke, Christian Death da un lato e Throbbing Gristle, Clock DVA, Cabaret Voltaire, Einstürzende Neubauten dall’altro si impongono nel panorama musicale d’avanguardia dell’epoca e influenzano sensibilmente le sonorità di Black Celebration.
Diversi elementi contribuirono ad enfatizzare le atmosfere tetre e introspettive proprie di questo lp prodotto da Gareth Jones: la strumentazione utilizzata in studio, come l’utilizzo del Synclavier, sintetizzatore digitale già usato nell’lp Some Great Reward; l’inserimento di chitarre campionate (Here is The House); l’impiego del suono analogico, particolarmente ruvido e “sporco”, già utilizzato nei primi due album; la registrazione negli Westside Studios di Londra (con tappa negli studi berlinesi Hansa nella fase di mixaggio), che durò diversi mesi e vide la band e lo staff di produzione a stretto contatto e in totale simbiosi, per cercare di raggiungere la perfezione del suono voluto e le giuste sfumature da conferire all’album. E come era prevedibile, esso stesso risultò pervaso della stessa tensione nervosa e claustrofobica che si respirava nelle sale di registrazione, della sofferenza causata da una convivenza portata all’estremo e da prove di registrazione ripetute all’infinito.
Il risultato di un tale miscuglio di fattori fu un album “vissuto” e sviscerato ai limiti del maniacale, oscuro e cupo, colmo di riverberi, permeato di pessimismo, in cui si intravede una seppur illusoria speranza: il credere nell’amore, nell’unione, nel sentimento che unisce e “riscalda” il freddo dell’esistenza, può dare la sensazione di fermare l’inesorabile scorrere del tempo che trascorre e distrugge. Il ricordo e la memoria lasciano intravedere quello che fu e che non si ripeterà, ma che grazie alla forza del sentimento riacquista importanza, coraggio, speranza, immortalità.
A brief period of rejoicing
Black Celebration, pezzo che dà il titolo all’album per la prima ed unica volta nella produzione depechemodiana, apre su uno scenario lugubre e inquietante. Un turbinio di suoni penetranti e altisonanti pervadono la struttura di questo brano e le conferiscono un ritmo maestoso e caratteristico, proprio di tutto l’album. La vita quotidiana assume tinte grigie, monotone, ripetitive, il tempo scorre inesorabilmente (“I can sense the hours slipping by”), l’ennesima “black day” è giunta al termine. L’unica illusoria consolazione, come successivamente enfatizzato tramite i cori ossessivi e martellanti di
It Doesn’t Matter 2, è il calore di un abbraccio e la forza di un amore desiderato e invocato anche nella successiva traccia,
Fly On The Windscreen, melodicamente concatenata e naturale proseguimento di uno scenario in disfacimento. La voce di Dave Gahan assume una profondità portata all’esasperazione, gli echi e i riverberi ricorrenti conferiscono al pezzo un’inedita sonorità dark ripresa in futuro in pezzi come To Have And To Hold (dall’album Music For The Masses, 1987), Waiting For The Night (Violator, 1990) e il recente The Sinner In Me (Playing The Angel, 2005). Le mosche sul parabrezza sono un triste e drammatico simbolo di morte e decadenza, di provvisorietà e di impotenza dell’uomo di fronte alla naturale conclusione di ogni cosa. L’invocazione “come here, kiss me, now” e il “touch me” ripetuto ossessivamente sfumano nelle note del singolo
A Question Of Lust in una manciata di secondi di ineguagliabile bellezza, durante i quali sembra di essere proiettati in un’altra dimensione, sospesi nel vuoto e nel buio, in una condizione di “incompiutezza”. Il terzo brano dell’album, interpretato dall’introverso e sensibile autore Martin L. Gore (che in questo disco canterà ben quattro pezzi da lui composti) riprende il ritmo scandito dei precedenti pezzi ma con tinte più attenuate, con una vena di ottimismo più accentuata nei confronti di una realtà e dell’inesorabile passare del tempo. Questo pezzo, la cui B-side è la cupa
Christmas Island, esprime la maturazione artistica del giovane Gore che, abbandonati i toni spensierati dei tempi di See You, scava in profondità nei meandri del sentimento e dell’animo umano, portandone alla luce le debolezze e le sfaccettature più intime. Sulla stessa falsariga si sviluppa
Here Is The House, una melodia piacevole e molto orecchiabile, scandita da rime ricorrenti e con le voci di Gahan e Gore che si intrecciano armonicamente, tra i pezzi più apprezzati dai fan del gruppo forse proprio per la sua semplicità ed immediatezza e per l’atmosfera di complicità ed armonia che ne deriva. E la stessa
Sometimes, a volte giudicata troppo “melensa” e seguito ideale della precedente dolcissima Somebody (Some Great Reward, 1984), accenna alle medesime tematiche introspettive proprie dell’autore, che con voce ispirata dà voce al suo Io più intimo e romantico.
Speranza e fatalismo si alternano e si sovrappongono in
A Question Of Time, il cui video fu diretto da un giovane Anton Corbjin alla prima esperienza con la band, in un’atmosfera estremamente amichevole e distesa ed un’intesa palpabile tra l’eccentrico fotografo olandese e la band, preludio ad una futura collaborazione estremamente proficua. Il ritmo sostenuto e una struttura portante solida e ben interpretata da Gahan fanno da cornice ad un testo disincantato, consapevole, specchio di una realtà corrotta, che fa paura ma al contempo fa parte della natura umana (“I know my kind, what goes on in our minds”). Un intreccio di contraddizioni che affascina e ipnotizza, un pezzo molto amato dai fans e costantemente presente nelle track lists delle ultime esibizioni live.
La componente dell’amore vista come “salvezza” per l’uomo raggiunge il suo culmine in
Stripped, vero e proprio capolavoro scaturito dalla vena poetica di Martin L. Gore e magistralmente interpretato da Dave Gahan.
L’intensità e la perfezione di questo brano, caposaldo della produzione dei Depeche Mode, si avvale del lavoro certosino del perfezionista Alan Wilder, il quale cura nei minimi particolari la struttura del pezzo, dall’inizio in crescendo ai ritmi scanditi propri dell’album, dalla simmetricità tra l’apertura e la chiusura al ritornello pressoché invocato. Di nuovo emerge la contrapposizione tra la fredda e impersonale realtà e l’urgenza di un contatto vero, sincero, “spogliato” da ogni artificialità, incontaminato e scevro da elementi esterni nocivi e spersonalizzanti (“metropolis”, “fumes”, “television”). Degna di nota la ricercatezza e la varietà dei suoni riprodotti: fuochi artificiali sparati in sequenza e da diverse angolazioni, motori in accensione, il battito di un cuore pulsante. Un pezzo capace di trasmettere emozioni indescrivibili, che cattura al primo ascolto, che resta indelebilmente impresso.
Stripped ispirò successivamente
Breathing in Fumes, inserita come “bonus track” nell’edizione cd, una sorta di fantasiosa rielaborazione che poggia sulla struttura portante del brano originario e precursore dei numerosi (più o meno riusciti) remixes che seguiranno in futuro. In maniera simile,
Black Day (Gore-Wilder-Miller) riprende le atmosfere e i testi di Black Celebration reinterpretandole e fondendole con molteplici ed accattivanti effetti sonori.
Incredibilmente, per scelte strategiche, il mercato americano preferì lanciare la b-side di Stripped, un pezzo giovane, leggero e disimpegnato. Fu così che
But Not Tonight, con grande disappunto dei membri della band (uno sdegnato Alan Wilder in primis), venne promosso negli States senza ottenere particolare successo, a parte l’inserimento nella soundtrack del film “Modern Girls”, pressochè sconosciuto. L’Extended Remix di But Not Tonight venne successivamente inserito nell’edizione cd.
Nel finale, due pezzi in cui nuovamente è il sentimento a far da protagonista, visto da due prospettive diverse.
World Full Of Nothing, in cui viene celebrata una visione romantica ma incerta, confusa e al contempo disincantata dell’amore fra due giovani, la convinzione illusoria dell’eternità dell’amore (“nothing is true”) e della sua potenza contro la visione pessimistica e fatalista su cui si basa l’intero album. E’ un barlume di speranza, una luce intravista nel buio, un’incertezza consapevole cui vale la pena abbandonarsi quasi masochisticamente. Il tema amore-dolore è affrontato in
Dressed In Black, con forti riferimenti e spunti sado-maso. Soffrire ed amare sono inevitabilmente le due facce di una stessa medaglia, l’una si riflette nell’altra e la visione goriana le raffigura come imprescindibili. Una sorta di piacere nel dolore cui è impossibile sottrarsi, da cui si è magneticamente attratti. Lo stesso tema, peraltro già affrontato in passato (Master and Servant, da Some Great Reward, 1984) verrà ripreso in futuro e ricorrerà spesso nella produzione creativa di Martin L. Gore in pezzi come Behind the Wheel (Music for the Masses, 1987), In your room, One Caress (Songs of Faith and Devotion, 1993), per citare alcuni esempi.
In chiusura,
New Dress descrive in maniera realistica e alquanto cinica lo scenario desolante e violento della società moderna. La struttura portante del brano scandisce e punta il dito contro il potere politico britannico, complice dello stato di decadimento e di corruzione del vivere quotidiano.
Ad ascolto terminato si ha l’impressione di aver per così dire "toccato con mano" un capolavoro assoluto, ricco di spunti e riferimenti svelati e nascosti, verità amate e temute, contraddizioni intense e inquietanti insite nella stessa natura umana. Ed è forte il desiderio di immergersi nuovamente nelle stesse atmosfere, per poi coglierne ad ogni ascolto una diversa sfumatura, venirne totalmente rapiti, assaporare la perfetta compenetrazione e fusione del genio creativo di Martin L. Gore, l’interpretazione coinvolgente e unica di Dave Gahan e la sapiente cura dei particolari tradotta in ricerca della perfezione tecnica di Alan Wilder, il tutto compattato da un Andy Fletcher da sempre considerato “elemento di coesione” del gruppo.
Un disco fondamentale, fortemente introspettivo, di “rottura” col passato, un’apertura verso una consapevolezza e una maturità nuove. Tra i più amati dai fan, è imprescidibile per la comprensione dell’evoluzione che ha portato la band fino ai giorni nostri, ed ha senza dubbio un posto d’onore tra le pietre miliari del sound elettronico di tutti i tempi.
(Alya_DM)