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Depeche Mode Live
rivincita elettro-pop
Il concerto all'Olimpico è una parabola sugli ultimi 25 anni di musica, dai timidi synth degli 80's all'urlo di Roma
Chi ha attraversato a occhi aperti gli anni Ottanta difficilmente avrebbe creduto alla profezia che un giorno, ben oltre il passaggio epocale dell'anno 2000, i Depeche Mode si sarebbero esibiti allo Stadio Olimpico di Roma, come è accaduto ieri sera in uno degli eventi più attesi della nuova estate calda dei concerti. All'epoca gli stadi erano consacrati al rock delle chitarre e della batteria, dei frontman carismatici e dell'elettricità. E tali sarebbero rimasti per almeno un altro decennio.
Quando nel 1981 Martin Gore, Dave Gahan ed Andy Fletcher (all'epoca capeggiati da Vince Clarke) portarono i loro volti imberbi e i loro synth nella top ten inglese con Just Can't Get Enough, gran parte della critica musicale si divertì a prenderli metaforicamente a ceffoni. Il peccato imperdonabile, agli occhi degli "esperti", era quel suono, pop ma totalmente sintetico, replicato nei club con show algidi, la band immobile dietro le macchine. Il suono del freddo. Ieri sera, allo stadio, faceva invece davvero caldo e non solo per le torride temperature del periodo.
Cosa è cambiato da allora? Non è questa la sede per spiegare gli ultimi 25 anni di musica, ma è certo che i Depeche Mode sono una delle radici di una mutazione durante la quale il rock è entrato negli stadi persino lavorato al giradischi. Il vero interrogativo è, però, un altro: cosa ha permesso ai Depeche Mode di non restare una testimonianza del passato? Un ricordo della new wave inglese figlia dell'era glaciale post punk e della Thatcher? Cosa li ha salvati dal finire in una di quelle raccolte che chiudono dieci anni di musica in cinque CD e di vivere questo 2006 da "top act" del pianeta?
La risposta la si può trovare nell'essenziale bellezza delle canzoni che ieri sera hanno fatto ballare 40mila persone per un'ora e tre quarti di concerto. Spogliate delle loro affascinanti vesti sintetiche e della irresistibile ossatura ritmica, quelle canzoni esprimono da 25 anni l'oscurità dei nostri anni con il racconto in soggettiva di amori, pulsioni, dolori, esperienze. Merito dell'autore principe, Martin Gore, ma anche di un frontman come Dave Gahan, elemento imprescindibile dell'immaginario dei Depeche, con il marchio della sua voce baritonale e un corpo, nudo e tatuato, diario di un passato di sofferenza autentica e al limite dell'autodistruzione.
Emblematico l'inizio dello show. Mentre la band prende posto in scena, sulla bocca di un'enorme testa di robot posta alla sinistra della scena compare la simpatica scritta digitale "Hello!". Ma poi, sulle note di A Pain That I'm Used To, anche il sorriso del robot si spegne sullo scorrere delle parole "anguish", "bitternes", "grief", "eartache", "misery", "woe", "rack", "worry", "fever", "torture", "pain", "lament", "amen". Quante definizioni per uno stato dell'anima oggi universale e che negli 80's apparteneva solo a una generazione che tentava di non perdersi.
Ora il palco è illuminato a giorno, la folla rivolge un'ovazione a Gahan che si proietta sulla passerella immersa tra le prime file roteando come un derviscio impugnando l'asta del microfono. Dopo il ritmo potente di Question Of Time ancora due brani da Playing The Angel, l'ultimo album dagli esiti trionfali: Suffer Well, con il suo arpeggio alla Cure, e l'oscura Precious, che annunciò a fine 2005 il grande ritorno dei Depeche. Più avanti verrà il momento dei tre accordi dark di Impossible Is Nothing e del rock'roll elettronico John The Revelator.
Lo spettacolo è di grande impatto visivo. I grandi schermi, disposti asimmetricamente, come polaroid sparse su una scrivania, rimandano i volti in bianco e nero di Dave, Martin e Andy, oppure dettagli del corpo di Gahan in un rosso e oro virato di seppia. Immagini trasfigurate che sembrano provenire da un altro luogo e un altro tempo, un videoclip in presa diretta. Peccato che il palco sia un po' troppo piccolo per l'enormità dell'Olimpico. E se gli spettatori sul prato sono immersi nello show, quello in tribuna vibra per "simpatia" e guarda il concerto come fosse un formicaio.
Nonostante il disagio, i 40mila dell'Olimpico si accendono come fiammiferi quando i Depeche estraggono le perle del passato. Dave Gahan la fa da padrone nella sequenza Walking In My Shoes e Stripped, poi lascia il proscenio a Martin Gore. Chitarra a tracolla, espressione assorta e stile vocale lirico e vibrante, diametralmente opposto a quello di Dave, il biondo demiurgo delle musiche dei Depeche ricava una parentesi di intimità in un concerto ad alto ritmo con Home e It Doesn't Matter Two.
Quando Gahan riagguanta il microfono i Depeche liberano i lancinanti colpi di coda di In Your Room e più avanti alimentano il climax con l'incedere di I Feel You, scurissimo blues vestito di elettronica. Behind The Wheel è un tuffo nel primordiale elettro-pop degli 80's, World In My Eyes vira lo show verso l'elettro-funk, mentre sugli schermi tanti occhi spiano il palco e il pubblico dal buco della serratura.
Il finale di set è incendiario. Quando in Personal Jesus Dave incita il pubblico al coro "Reach out and touch faith!" la risposta fa tremare lo stadio. All'odore di zolfo si sostituisce una pace quasi innaturale sullo struggente arpeggio di Enjoy The Silence, rotta nel finale dal karaoke guidato da Gahan con il pugno al cielo. Nei bis sorprende Martin Gore con una versione a lume di candela, piano e voce, di Shake The Disease. Ed è enorme il contrasto con la successiva Photografic, un martello pneumatico tornato a vibrare furioso dai primi giorni dei Depeche.
L'ultimo saluto della band al pubblico italiano è affidato al metaforico testo di Never Let Me Down Again, perfetto per celebrare la serata: "I'm taking a ride with my best friend, we're flying high, we're watching the world pass us by...". La band si stringe in un abbraccio e lascia il palco accompagnata dall'inesorabile "po-poro-po-po-pooo-pooo". Nonostante l'intero stadio li acclami a gran voce, i Depeche Mode non rientrano più. Anche il robot ha ormai chiuso gli occhi.