se trovo chi lo ha scritto lo uccido
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se trovo chi lo ha scritto lo uccido
il testo che segue l'ho trovato su queato sito: http://www.scaruffi.com/vol4/depeche.html#title
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Music For The Masses (Sire, 1987), nonostante il titolo ambizioso fu proprio il contrario: un fallimento tanto commerciale quanto artistico.
Semmai i singoli Strangelove (uno dei ritornelli piu` orecchiabili), Never Let Me Down Again (figura enfatica di piano), Behind The Wheel (battito robotico quasi gamelan) rappresentano la fase matura/senile del synthpop, quando e` semplicemente diventato una forma di musica leggera introversa per cinquantenni. Anche nei momenti migliori, come Strangelove, i Depeche Mode sembrano semplicemente la versione da salotto dei Pet Shop Boys.
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Music For The Masses (Sire, 1987), nonostante il titolo ambizioso fu proprio il contrario: un fallimento tanto commerciale quanto artistico.
Semmai i singoli Strangelove (uno dei ritornelli piu` orecchiabili), Never Let Me Down Again (figura enfatica di piano), Behind The Wheel (battito robotico quasi gamelan) rappresentano la fase matura/senile del synthpop, quando e` semplicemente diventato una forma di musica leggera introversa per cinquantenni. Anche nei momenti migliori, come Strangelove, i Depeche Mode sembrano semplicemente la versione da salotto dei Pet Shop Boys.
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ahahahah, ma avete visto di chi è il sito? UN MITO VIVENTEEEEE!!!
Scaruffi è arcinoto nel mondo musicale tra gli appassionati per via del sito (linkato nel primo post) che raccoglie migliaia di migliaia di recensioni di album e di monografie artistiche. Andate a leggere cosa dice sui Beatles per farvi un'idea...
probabilmente il critico musicale più sbertucciato del mondo.
Scaruffi è arcinoto nel mondo musicale tra gli appassionati per via del sito (linkato nel primo post) che raccoglie migliaia di migliaia di recensioni di album e di monografie artistiche. Andate a leggere cosa dice sui Beatles per farvi un'idea...
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- marjorey10
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Questo è il commento su David Bowie (le prime 3 righe della recensione!):Freestate ha scritto:ahahahah, ma avete visto di chi è il sito? UN MITO VIVENTEEEEE!!!
Scaruffi è arcinoto nel mondo musicale tra gli appassionati per via del sito (linkato nel primo post) che raccoglie migliaia di migliaia di recensioni di album e di monografie artistiche. Andate a leggere cosa dice sui Beatles per farvi un'idea...![]()
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probabilmente il critico musicale più sbertucciato del mondo.
Personaggio grottesco, talvolta patetico, compositore scadente, Bowie fece del marketing l'essenza della sua arte
faith and devotion
- marjorey10
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Alcune "perle" estratte dal sito dell'amico Scaruffi:
RADIOHEAD:
I Radiohead sono stati uno dei gruppi piu` chiacchierati (e sopravvalutati) degli anni '90. Partiti come semplice emuli del pop introverso degli Smiths, i Radiohead dimostrarono presto ambizioni piu` serie e pervennero a dischi che rinnovarono in maniera significativa il paradigma del rock melodico. Il loro limite e` sempre stato quello di essere piu` forma che contenuto, piu` "hype" che messaggio, piu` nulla che tutto.
BEATLES:
I Beatles appartengono certamente alla storia del costume degli anni '60, ma i loro meriti musicali sono quantomeno dubbi. Per il resto della loro carriera i Beatles furono quattro musicisti mediocri che cantavano ancora canzoni melodiche di tre minuti (le stesse che si facevano da decenni) in un'era in cui la musica rock tentava di spingersi al di la` di quel formato (un formato originariamente dovuto alle limitazioni tecniche del 78 giri). I Beatles furono la quintessenza del "mainstream", assimilando nel formato della canzone melodica le innovazioni che venivano man mano proposte dalla musica rock.
I Beatles erano la quintessenza della mediocrita` strumentale. George Harrison era un chitarrista patetico.
Oggi le loro canzoni sono suonate per lo piu` nei supermercati.
Non avevano nulla da dire, e infatti non lo dissero.
THE CURE:
Faith (Fiction, 1981) e` l'album piu` cupo e meno musicale della carriera di Smith (ormai padrone assoluto della musica dopo che il gruppo si e` ridotto a un trio). Le cantilene moribonde di Holy Hour, All Cats Are Grey e Faith suonano pero` stanche e ripetitive, facendo sembrare geniali la vibrante Doubt e soprattutto l'incalzante Primary, per il semplice fatto che sono tutto l'opposto. L'arrangiamento quasi sinfonico di Funeral Party e gli effetti elettronici di Drowning Man, le due canzoni-manifesto del disco, o perlomeno le piu` atmosferiche, dimostrano che Smith ha capito questo limite del suo stile.
Il Calvario di Smith culmina nelle epiche ed acute crisi suicide di Pornography (Fiction, 1982), l'album che segna la svolta dal dark-punk degli inizi al cupo esistenzialismo (poco imparentato con il gotico) della maturita`. Musicalmente, a cambiare sono soltanto le ambizioni: laddove i primi brani erano concisi e bruschi per essere alla moda con il punk-rock, i nuovi brani tendano a distendersi in maniera piu` complessa per restare al passo con i tempi del dopo-punk. Ma in realta` i ritornelli sono simili (ovvero fiacchi) e l'accompagnamento e` soltanto meno ostico.
Il tormentato solipsismo di questo fragile romantico alter-ego di Ian Curtis (Joy Division) tocca qui il vertice del suo lirismo negativo. Le canzoni si fanno poemi tonali, lunghi, intensi e complessi. Le armonie, gia` oltremodo tormentate, si fanno ancor piu` convulse, piu` cupe, tribali e dissonanti, degne colonne sonore della tragedia esistenziale del leader.
Esagitato come non mai, immerso in glaciali vortici di elettronica e distorsioni (One Hundred Years) e in cadenze geometriche e tribali (The Hanging Garden), il sound dei Cure sa di collasso psichico, con il canto-latrato del leader che lambisce ormai registri da declamato brechtiano, con punte di delirio assoluto (Figurehead).
Su tutto troneggiano l'ipnotica malinconia esistenziale di Cold, degna di certi gorghi follemente disperati di Buckley, e la title-track, che fonde con impeto wagneriano in un fondoscala devastante tutti gli esperimenti di ritmo tribale, distorsioni psichedeliche, revitativi marziali e dissonanze elettroniche. L'opera culmina, e si placa, in Siamese Twins, danse macabre onirica e metafisica. Verboso e magniloquente, il poema rock dei Cure e` la versione amatoriale del kammerspiel in forma rock dei Public Image.
Il decennio si chiude per Smith con l'album Disintegration (Fiction, 1989). La sua tradizionale catalessi umorale si aggiorna semplicemente alle produzioni "sinfoniche", le sue melodie languide e anemiche vengono irrobustite con battiti metronomici e arrangiamenti pesanti, le sue lente cantilene salmodianti sono corredate da accorte ouverture strumentali che ripetono il tema in modo enfatico (in maniera non troppo diversa da come facevano i Moody Blues ai tempi loro). Il freddo solipsismo degli esordi degenera cosi` in atmosfere apocalittiche, pretenziose e assordanti (la tavolozza quasi new age di frasi orchestrali che accompagna Plainsong, il vortice di fischi, dissonanze e progressioni melodiche che apre Fascination Street) che culminano nell'opprimente danse macabre di Prayers For Rain.
Nick Drake imbevuto di zeitgeist esistenzialista, Smith perde gran parte del suo fascino di poeta da bistro` di periferia quando declama nel teatro dell'opera (la tenera ballata di Pictures Of You) o intrattiene in discoteca (l'orecchiabile synthpop di Love Song) o intona il synth-pop sensuale di Lullaby. Monumentale opera a tesi, il canzoniere di Disintegration esalta pregi e difetti dell'arte di Smith: i nove minuti di The Same Deep Water As You, pregni di pathos tragico e di solenne ritualismo, non sono lontani dalle piece barocche e romantiche dei primi Genesis, cosi` come i sette minuti di Homesick, in deliquio contorto e continuato, non sono lontani dagli psicodrammi maniacali di Peter Hammill, e gli otto minuti della title-track, traboccanti di effetti sonori e di citazioni folk, non sono lontani dal tecno-funk di Peter Gabriel. Il fatto saliente rimane quello di un musica che, a differenza di quasi tutto il rock, implode continuamente su se stessa, intrappolata in un incubo senza fine.
Stilizzata fino ad essere sterilizzata, la celebrazione pubblica delle sue ossessioni private in questi ultimi dischi finisce per fornire una caricatura di se stesso, gelido dandy filosofo solitario alienato.
Anche di fronte ai dischi maggiori, comunque, e` difficile non provare irritazione: troppi i passaggi monotoni, troppa la mediocrita` del cantante, troppe le melodie scontate.
Ma, scavando nel tessuto morale e sonoro dei Joy Division, il romanticismo auto-indulgente di Smith e` comunque approdato a un'ardua forma di poema tonale che, di pari passo alla dilatazione del tempo drammatico, lascia Smith libero di scaraventare il suo alto grido di dolore contro un paesaggio che e` soltanto piu` un sudario.
Il suo merito piu` grande rimane quello di saper trasformare l'angoscia e la disperazione in spettacoli di massa, il rantolo moribondo del suo canto in un inno edonistico. Ma troppa della sua musica e` un semplice corollario a un teorema che non e` mai riuscito a dimostrare. Smith ha fatto poco di davvero importante e ancor meno di davvero rivoluzionario.
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RADIOHEAD:
I Radiohead sono stati uno dei gruppi piu` chiacchierati (e sopravvalutati) degli anni '90. Partiti come semplice emuli del pop introverso degli Smiths, i Radiohead dimostrarono presto ambizioni piu` serie e pervennero a dischi che rinnovarono in maniera significativa il paradigma del rock melodico. Il loro limite e` sempre stato quello di essere piu` forma che contenuto, piu` "hype" che messaggio, piu` nulla che tutto.
BEATLES:
I Beatles appartengono certamente alla storia del costume degli anni '60, ma i loro meriti musicali sono quantomeno dubbi. Per il resto della loro carriera i Beatles furono quattro musicisti mediocri che cantavano ancora canzoni melodiche di tre minuti (le stesse che si facevano da decenni) in un'era in cui la musica rock tentava di spingersi al di la` di quel formato (un formato originariamente dovuto alle limitazioni tecniche del 78 giri). I Beatles furono la quintessenza del "mainstream", assimilando nel formato della canzone melodica le innovazioni che venivano man mano proposte dalla musica rock.
I Beatles erano la quintessenza della mediocrita` strumentale. George Harrison era un chitarrista patetico.
Oggi le loro canzoni sono suonate per lo piu` nei supermercati.
Non avevano nulla da dire, e infatti non lo dissero.
THE CURE:
Faith (Fiction, 1981) e` l'album piu` cupo e meno musicale della carriera di Smith (ormai padrone assoluto della musica dopo che il gruppo si e` ridotto a un trio). Le cantilene moribonde di Holy Hour, All Cats Are Grey e Faith suonano pero` stanche e ripetitive, facendo sembrare geniali la vibrante Doubt e soprattutto l'incalzante Primary, per il semplice fatto che sono tutto l'opposto. L'arrangiamento quasi sinfonico di Funeral Party e gli effetti elettronici di Drowning Man, le due canzoni-manifesto del disco, o perlomeno le piu` atmosferiche, dimostrano che Smith ha capito questo limite del suo stile.
Il Calvario di Smith culmina nelle epiche ed acute crisi suicide di Pornography (Fiction, 1982), l'album che segna la svolta dal dark-punk degli inizi al cupo esistenzialismo (poco imparentato con il gotico) della maturita`. Musicalmente, a cambiare sono soltanto le ambizioni: laddove i primi brani erano concisi e bruschi per essere alla moda con il punk-rock, i nuovi brani tendano a distendersi in maniera piu` complessa per restare al passo con i tempi del dopo-punk. Ma in realta` i ritornelli sono simili (ovvero fiacchi) e l'accompagnamento e` soltanto meno ostico.
Il tormentato solipsismo di questo fragile romantico alter-ego di Ian Curtis (Joy Division) tocca qui il vertice del suo lirismo negativo. Le canzoni si fanno poemi tonali, lunghi, intensi e complessi. Le armonie, gia` oltremodo tormentate, si fanno ancor piu` convulse, piu` cupe, tribali e dissonanti, degne colonne sonore della tragedia esistenziale del leader.
Esagitato come non mai, immerso in glaciali vortici di elettronica e distorsioni (One Hundred Years) e in cadenze geometriche e tribali (The Hanging Garden), il sound dei Cure sa di collasso psichico, con il canto-latrato del leader che lambisce ormai registri da declamato brechtiano, con punte di delirio assoluto (Figurehead).
Su tutto troneggiano l'ipnotica malinconia esistenziale di Cold, degna di certi gorghi follemente disperati di Buckley, e la title-track, che fonde con impeto wagneriano in un fondoscala devastante tutti gli esperimenti di ritmo tribale, distorsioni psichedeliche, revitativi marziali e dissonanze elettroniche. L'opera culmina, e si placa, in Siamese Twins, danse macabre onirica e metafisica. Verboso e magniloquente, il poema rock dei Cure e` la versione amatoriale del kammerspiel in forma rock dei Public Image.
Il decennio si chiude per Smith con l'album Disintegration (Fiction, 1989). La sua tradizionale catalessi umorale si aggiorna semplicemente alle produzioni "sinfoniche", le sue melodie languide e anemiche vengono irrobustite con battiti metronomici e arrangiamenti pesanti, le sue lente cantilene salmodianti sono corredate da accorte ouverture strumentali che ripetono il tema in modo enfatico (in maniera non troppo diversa da come facevano i Moody Blues ai tempi loro). Il freddo solipsismo degli esordi degenera cosi` in atmosfere apocalittiche, pretenziose e assordanti (la tavolozza quasi new age di frasi orchestrali che accompagna Plainsong, il vortice di fischi, dissonanze e progressioni melodiche che apre Fascination Street) che culminano nell'opprimente danse macabre di Prayers For Rain.
Nick Drake imbevuto di zeitgeist esistenzialista, Smith perde gran parte del suo fascino di poeta da bistro` di periferia quando declama nel teatro dell'opera (la tenera ballata di Pictures Of You) o intrattiene in discoteca (l'orecchiabile synthpop di Love Song) o intona il synth-pop sensuale di Lullaby. Monumentale opera a tesi, il canzoniere di Disintegration esalta pregi e difetti dell'arte di Smith: i nove minuti di The Same Deep Water As You, pregni di pathos tragico e di solenne ritualismo, non sono lontani dalle piece barocche e romantiche dei primi Genesis, cosi` come i sette minuti di Homesick, in deliquio contorto e continuato, non sono lontani dagli psicodrammi maniacali di Peter Hammill, e gli otto minuti della title-track, traboccanti di effetti sonori e di citazioni folk, non sono lontani dal tecno-funk di Peter Gabriel. Il fatto saliente rimane quello di un musica che, a differenza di quasi tutto il rock, implode continuamente su se stessa, intrappolata in un incubo senza fine.
Stilizzata fino ad essere sterilizzata, la celebrazione pubblica delle sue ossessioni private in questi ultimi dischi finisce per fornire una caricatura di se stesso, gelido dandy filosofo solitario alienato.
Anche di fronte ai dischi maggiori, comunque, e` difficile non provare irritazione: troppi i passaggi monotoni, troppa la mediocrita` del cantante, troppe le melodie scontate.
Ma, scavando nel tessuto morale e sonoro dei Joy Division, il romanticismo auto-indulgente di Smith e` comunque approdato a un'ardua forma di poema tonale che, di pari passo alla dilatazione del tempo drammatico, lascia Smith libero di scaraventare il suo alto grido di dolore contro un paesaggio che e` soltanto piu` un sudario.
Il suo merito piu` grande rimane quello di saper trasformare l'angoscia e la disperazione in spettacoli di massa, il rantolo moribondo del suo canto in un inno edonistico. Ma troppa della sua musica e` un semplice corollario a un teorema che non e` mai riuscito a dimostrare. Smith ha fatto poco di davvero importante e ancor meno di davvero rivoluzionario.
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è sicuramente uno ke di musica ne capisce, vede subito ki sfonderà nel mondo musicale, ki ha carte in + da giocare, ki ha da dire qualcosa, lungimirante e conoscitore dei tempi...
infatti ha capito subito tutto
(tutto cosa?) mah!
baci
Blacky!
infatti ha capito subito tutto
(tutto cosa?) mah!
baci
Blacky!
Ultima modifica di black c il gio giu 09, 2005 5:04 pm, modificato 1 volta in totale.
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