(OT) Fascismo e razzismo

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lilianlove
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Messaggio da lilianlove »

Il razzismo è una realtà della nostra società, basta sfogliare i giornali o ascoltare un telegiornale che lo si può cogliere con mano. Alla luce dei recenti fatti di cronaca, l’Italia è attraversata da profondi quanto inquietanti segnali di odi razziali e xenofobi.

Nulla toglie che la barbarie da chiunque venga perpretata sia aberrante ma bisogna saper distinguere il sentimento di deprecazione dell’azione dall’odio alimentato verso gli autori di delitti unicamente per la loro appartenenza all’una o all’altra razza.

Infatti gli episodi inaccettabili di violenza a danni delle donne, che si ripetono quotidianamente rappresentano un allarme sociale da non sottovalutare ma al tempo stesso assistiamo all’innesco di un pericolosissimo meccanismo che identifica gli extracomunitari come coloro che “per natura” sono dediti esclusivamente alla commissione di atrocità di ogni genere.

È pur vero che gli extracomunitari siano più volte i protagonisti di fatti criminosi ma non dobbiamo commettere l’errore di identificare un intero popolo con questi ultimi e per questo odiarlo, facendo sì che la responsabilità personale venga sostituita da una responsabilità razziale.

Questo purtroppo è ciò che si avverte nell’aria.

Questa recrudescenza è coincisa con la commemorazione della Shoah.

Proprio questo ci dovrebbe far riflettere : non dobbiamo dimenticare mai che sei milioni di ebrei sono stati sterminati solo per odio razziale, non dobbiamo dimenticare che sei milioni di innocenti sono stati privati della loro dignità ancor prima della loro vita perché appartenevano ad una razza invisa al Terzo Reich; non dobbiamo dimenticare che tanti bambini innocenti hanno varcato la soglia del sonno eterno per questioni di razza. Mai più accada un simile orrore!

Bisogna tenere sempre alta l’attenzione verso ogni forma di razzismo, perché la storia ci insegna che nulla è impossibile all’uomo!

L’Italia è un paese bizzarro, dove può capitare che un ministro della Repubblica, con un volo pindarico, ricordi con appassionata gratitudine, coloro che contribuirono alla realizzazione del disegno criminale di Hitler, quasi facendoli apparire come eroi della Patria.

Se questi ultimi sono figli della nostra Patria, allora io mi vergogno di appartenere al Popolo italiano!

Anna Mele
Ultima modifica di lilianlove il mar set 13, 2011 5:21 pm, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da Freestate »

ieri a Roma, nel Rione Monti, è stato brutalmente picchiato e ridotto in fin di vita un giovane musicista di 29 anni. Che ora lotta tra la vita e la morte nella rianimazione del San Giovanni. Si dirà.. e che c'entra il fascismo?

C'entra, c'entra...

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cr ... 0306.shtml

Il sonno della ragione produce mostri (op. cit.)
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Messaggio da lilianlove »

Una riflessione..una delle tante voci sparse nel vento....

Non mi sono mai interressata di politica, però trovo nella lettura una valida alleata per riuscire ad ascoltare la voce della gente, (non della politca in quanto tale) , parlo di gente semplice, genuina che non ha nome altisonante ma sicuramente tante idee, spesso vincenti degne di nota, così mi perdo in riflessioni a tutti livelli e temi, mi appassionano molto. Leggere e ancora leggere, diventa un motto quotidiano che mi permette di ascoltare la mia stessa voce interiore, suscitando in me una sana autocritica. Riportando la voce sparsa dal vento nel mare della vita. Un mare agitato e non privo di profondi abissi e secche, un vento impetuoso e a volte calmo che riesce a scuotere anche i cuori più duri. In fondo siamo sempre alla ricerca di qualche cosa, scaviamo nella sabbia e solchiamo i cieli alla ricerca di risposte, che sanno di giustizia, pace ecc... Quella che manca, spesso inseguiamo stelle comete. In fondo, nel fondo di noi stessi c'è scontento, eccome...Il tutto non basta, il niente crea voragini di desolazione, la violenza verbale uccide più della spada, disperde l'anima, l'uomo il proprio IO. .Così io scrivo, forse mi consolo così, non lo so) ma questo si rivela un modo per costruire insieme al prossimo ponti e crocevie dove potersi ritrovare dove sconfiggere il muro della solitudine e del silenzio.

lilianlove.

riporto una delle tante voci sul tema fascismo,


È evidente che quanto sta accadendo necessita di una riflessione, affinchè anche i metodi di contrasto non restino fossilizzati in pratiche passate, commettendo un fatale errore di miopia politica in confronto a un movimento in costante crescita e totalmente rinnovato.

Dopo decenni in cui il fascismo aveva totalmente perduto di dignità e di capacità comunicativa (nonostante il riciclo dei fascisti amnistiati nelle istituzioni, governi, prefetture etc), in quanto nel tessuto popolare repubblicano dalla “ricostruzione” in poi si era iscritto il gene immunitario dell'antifascismo, memore di vent'anni di dittatura, oggi, grazie anche alla riconversione del significato delle parole, al disinteresse e all'ignoranza diffusa sul tema, al ruolo delle istituzioni sempre più improntate su stampo autoritaristico e repressivo, il termine stesso “antifascismo” ha perduto la sua capacità di attrattiva esercitata per circa 50 anni.
Ad oggi ci si ritrova spesso a scendere in strada per contrastare iniziative neo fasciste (che di certo noi sappiamo essere tali) ma che agli occhi della popolazione non appaiono di matrice fascista, quanto più atti di politica attiva lodevoli (diritto alla casa, sostegno alle famiglie, solidarietà attiva etc) e perciò si incappa sempre più spesso in una difficoltà comunicativa tremenda.

La gente comune abitualmente cristallizzata in esistenze forvianti dai tempi sociali e collettivi si vede arrivare da un lato un messaggio di pratiche politiche sociali, apparentemente neutre (quelle di Casa Pound sono esempi calzanti) e dall'altra riceve un messaggio che per retorica, obiettivo, tematiche si iscrive nell'antifascismo diretto (e sacrosanto!) di derivazione passata.

Tra i due il messaggio più recepibile e più appetibile mi piacerebbe fosse il secondo, ma mi accorgo che non è così.

I neo camerati non si pongono più sul piano diretto della nostalgica aspirazione al ritorno alle camice nere e allo stato forte (certamente lo vogliono, ma non lo lasciano trasparire nei messaggi pubblici) mentre l'ala antifascista combatte ancora ponendo sul piatto dello scontro ideologiche tematiche frutto di epoche passate in cui “fascismo” e “antifascismo” traducevano soggetti, idee, azioni ben distinte e conosciute.

L'antifascismo del passato partiva da basi generazionali che, storicamente, avevano conosciuto sulla propria pelle il fascismo e i fascisti e nella memoria comune era ancora fresca la traccia indelebile di quei crimini/criminali. Oggi non è più così.

Oggi il revisionismo istituzionale fa scuola (emblematico il caso del “giorno del ricordo”. Ricorrenza revisionista sposata a livello bipartisan da partiti e istituzioni); la cultura generale (se ne esiste ancora una) ha quasi totalmente debellato da se la coscienza politica; dal mondo dell'istruzione è stato strumentalmente eliminato tutto il programma relativo alla Resistenza e alla guerra civile che ne seguì.

Credo che anche dal nostro punto di vista sia necessario un rinnovamento (sotto tutti i punti di vista) che si concentri principalmente sul piano culturale, perchè è sull'ignoranza, sull'acriticità, sulla totale mancanza di coordinate storico-politiche che fanno prepotentemente breccia le menzogne populiste dei “fascisti del terzo millennio”.

D'altronde se ad oggi i camerati possono permettersi di mettere nei loro manifesti simboli come quello di Che Guevara di fianco a Mussolini, è evidente quanto sia profonda la confusione su cui possono operare e quale sia l'obiettivo finale: andare a pescare consensi nel bacino culturale storicamente legato alla “sinistra” (ormai totalmente privo di riferimenti e identità politico-culturale), quando non addirittura in soggetti ancora più radicali (esempio drammaticamente simbolico è quello degli “Autonomi Nazionalisti”. Gruppo neo fascista che, a un occhio smaliziato appaiono, per simbologia, pratiche, slogan un gruppo “antagonista”).

Il metodo di contrapposizione militante (“blocco contro blocco”) non ci è più possibile, perchè tutto, dai rapporti di forza, al ruolo delle “forze dell'ordine”, all'opinione pubblica, ci sono avversi; o meglio ci è ancora possibile, ma lo vedo quotidianamente riduttivo.

Questo tipo di scontro viene per lo più recepito da chi lo osserva da fuori, estraneo alle dinamiche politiche, come un opposizione di due reducismi, assimilabile agli scontri tra tifoserie, quando invece la necessità dell'antifascismo (sempre opinione personale) è quella di costruire un terreno culturale che scongiuri sul nascere la possibilità dell'emersione e dell'affermazione di ideologie totalitarie, repressive, autoritarie, siano esse dittatoriali o democratiche.

È tristemente evidente che le istituzioni, per loro natura immobili e reazionarie, non muoveranno un dito su questo piano per contrastare il dilagare del neo fascismo (anzi!) è perciò necessario porsi nei confronti della popolazione in modo e maniera che si smascheri, prima, la vera natura e le vere intenzioni di questi soggetti, e in un secondo tempo costruire la forza per contrastarli anche sul piano dell'azione.

Questo non significa snaturare il messaggio e mimetizzarsi alla stregua di questi figuri, ma, a mio modo di vedere le cose, iniziare un capillare lavoro di sensibilizzazione su tematiche che sono naturalmente legate all'antifascismo (antiautoritarismo, antirazzismo, lotta alla repressione) che non possono che instillare immediatamente in chi le fa proprie una conseguente consapevolezza antifascista.

È altresì scontato, credo, che questo non significhi accettazione passiva delle azioni fasciste, dalle iniziative pubbliche “mimetiche” alle aggressioni in più classico stile squadrista, ma è ancora fondamentale il piano dell'autodifesa e della tutela degli spazi (quartieri, piazze, spazi sociali) ma che questa non diventi la priorità del movimento antifascista, per non ridursi a una mera “lotta tra gang” che, di certo, per tale sarà spacciata dai media e avvertita dalla gente (queste riflessioni sono il prodotto delle chiacchierate fatte con le gente in strada durante i presidi e iniziative antifasciste nel territorio in cui opero abitualmente).

La necessità del rinnovarsi sul piano formale, retorico, simbolico è dettata dalla costatazione quotidiana di quanto difficile sia trasmettere un messaggio politico, di qualsiasi forma oggi in Italia (a meno che non sia il mero populismo parlamentare) e dalla evidenza con cui i nostri messaggi di antifascismo militante non siano più recepiti dalla gente in quanto, evidentemente, non avverte più come problema la presenza e la crescita del fascismo all'interno del pensiero comune, delle istituzioni, delle città.

Come tutti constatiamo e denunciamo quotidianamente, questa indifferenza è da attribuirsi alla svolta sempre più autoritaria, securitaria e repressiva dei governi (tutti i governi) e dalla capacità dei neo-fascisti di non proporsi più in maniera ortodossa, così che nell'ottica comune il cancro fascista non esiste più.

Queste riflessioni partono ovviamente dal presupposto che l'obiettivo della militanza e dell'azione politica sia quello di far rinascere una cultura popolare antiautoritaria, antisecuritaria, antirazzista e perciò, imprescindibilmente, antifascista: chi già possiede una coscienza antifascista si ritrova già ora favorevole e solidale con la nostra attuale lotta e con le sue forme.

In questo periodo nella mia città (Forlì) sta agendo Casa Pound (neonato gruppo locale come in tante altre realtà) e con altr* compagn* ci si è reso conto quanto sul piano pubblico le loro iniziative appaiano praticamente neutre: una bandiera dell'Italia (col clima di nazionalismo dilagante fa bella presenza ora), volantini colorati (su carta riciclata!) e diretti per esposizioni e terminologia, ragazzi vestiti in maniera per lo più anonima, che distribuiscono volantini e parlano con i passanti.

Dall'altra parte noi, gruppo di antifascisti e antifasciste, che parliamo di lotta al fascismo non veniamo minimamente posti su un piano di contrapposizione con Casa Pound, ma dissociati dalla loro iniziativa, perchè nel bagaglio culturale comune quel nome non richiama il neo fascismo ma, tutt'al più, un gruppo di giovani conservatori che hanno a cuore le sorti della patria e del popolo italiano.

Dovrebbe bastare già questo per mobilitarcisi contro, ma oggi più che mai, non è così in Italia.

Credo perciò che sia opportuno lanciare una mobilitazione a livello nazionale capace di incidere sulla cultura generale della gente e che sappia parlare, in toni assimilabili, di tematiche antirazziste, antiautoritarie, anti-securitarie capaci di costruire un corredo culturale forte che ponga immediatamente in relazione le azioni e idee neo fasciste con questi processi di degenerazione socio-politica.

Se l'azione antifascista si riducesse a mobilitazioni solo sul piano della “risposta” a quelle dei fasci (contropresidi/cortei durante le loro iniziative) credo si finirebbe per esaurire forze, tempo e idee per un fine senza prospettive, mentre invece se ci mobilitiamo noi in forze, per azioni autonome di controcultura nel tessuto sociale, si dovrebbero riuscire a scongiurare le condizioni nelle quali il loro mefitico messaggio si insedia e si diffonde.

Anche perchè, agendo nel primo modo, si rischia di far loro pubblicità (ancora tantissimi in Italia non sanno dell'esistenza di Casa Pound per esempio) nominandoli di continuo in comunicati, volantini, striscioni, mentre se si tenesse un profilo più generale di lotta, ossia sui principi che muovono neofascisti e antifascismo, si eviterebbe di dar loro visibilità, che è ciò che più agognano.

Spero di non aver abusato del “political correct”, ma volevo scrivere in modo che il messaggio fosse recepibile non solo agli “addetti ai lavori” ma ad un pubblico di lettor* più vasto e variegato possibile.

Con l'augurio che questa riflessione possa portare a un dibattito costruttivo

un abbraccio ANTIFASCISTA

J@ck
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Messaggio da Freestate »

L'Italia... un Paese meraviglioso, abitato da molte persone che ancora rimpiangono il fascismo. Quell'ideologia da NOI inventata, che poi si trasformò in nazismo (con le conseguenze che molti ricordano, ma non tutti, evidentemente).

Questa notizia è orrenda.


http://www.corriere.it/cronache/11_sett ... 5681.shtml
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Messaggio da .Stripped. »

Vergogna!!! :x


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Messaggio da lilianlove »

Si VERGOGNA!!!!

Gli uomini con il triangolo rosa. Lo sterminio degli omosessuali nei lager nazisti

Testimonianza di Heinz Heger* (Josef Kohout) tratta da The men with the Pink Triangles, Alyson Publications, 1980, pp. 34-37, liberamente tradotta da Silvia Lanzi

“… Il nostro blocco (ndr del campo di concentramento) era occupato solo da omosessuali, con circa 250 uomini in ogni ala.
Potevamo dormire con la sola camicia da notte e dovevamo tenere le mani fuori falle lenzuola perché: ‘Voi checche … non inizierete a masturbarvi qui!’


“Le finestre erano incrostate da un centimetro di ghiaccio. Chiunque veniva trovato a letto con in dosso la biancheria intima, o con le mani sotto le lenzuola – c’erano controlli praticamente tutte le notti – veniva portato fuori e gli si rovesciavano addosso parecchi secchi d’acqua prima di lasciarlo fuori per un’ora buona.

Solo poche persone sono sopravvissute a questo trattamento. Il minimo che succedeva erano bronchiti ed era raro per i gay che venivano portati in infermeria uscirne vivi.

Noi che portavamo il triangolo rosa eravamo i primi ad essere scelti per esperimenti medici, e questi solitamente finivano con la morte.

Per quanto mi riguardava, comunque, facevo attenzione a non infrangere le regole.

I superiori del blocco e i loro aiuti erano … dei criminali. … Brutali e senza pietà nei confronti di noi “froci” e attenti solamente ai loro privilegi e al loro vantaggi, erano molto più spaventati di noi dalle SS.

“Ci era anche proibito di avvicinarci più di cinque metri agli altri blocchi. Chiunque fosse sorpreso a farlo veniva caricato sul ‘cavallo’ ed era certo di ricevere, come minimo, dai 15 ai 20 colpi.

Ugualmente, si proibiva alle altre categorie di prigionieri di entrare nel nostro blocco.
Dovevamo rimanere isolati, come i più dannati tra i dannati, il campo dei ‘froci di merda’ condannati all’annientamento a alle vane preghiere per i tormenti inflittici dalle SS e dai Capò.

Solitamente la giornata iniziava alle 6, o alle 5 in estate, ed entro mezz’ora dovevamo essere lavati, vestiti e aver fatto il letto in stile militare.

Se si aveva ancora tempo potevamo fare colazione, il che significava ingollare velocemente la zuppa di farina, bollente o LUKE- WARM, e mangiare in nostro pezzo di pane.

Poi dovevamo unirci in gruppi di dieci sulla piazza d’armi per l’appello mattutino.

Seguiva il lavoro, in inverno dalle 7,30 di mattina alle 5 di pomeriggio, e in estate dalle 7 alle 8 di sera, con mezz’ora di pausa sul posto di lavoro. Dopo il lavoro, diritti al campo e la sfilata per l’appello serale.

“Ogni blocco marciava in formazione fino alla piazza d’armi e lì vi aveva la sua posizione specifica.

La sfilata del mattino non era così prolungata come il temuto appello serale, perché venivano contati solo i numeri del blocco, cosa che durava circa un’ora, e il commando (gruppo) era pronto per formare i distacchi (sottogruppi) per il lavoro.

“Ad ogni sfilata, quelli che erano appena morti dovevano essere (comunque) presenti, cioè erano stesi alla fine di ogni blocco e contati comunque.
Solo dopo la sfilata, ed essere stati registrati dall’ufficiale deputato, venivano portati alla camera ardente e bruciati.

Anche le persone disabili dovevano essere presente alla sfilata. Spesso aiutavamo o portavamo alla piazza d’armi i compagni che erano stati picchiati dalle SS solo qualche ora prima.

Oppure dovevamo portare compagni di prigionia mezzi assiderati o febbricitanti, così che i nostri numeri tutti presenti.
Qualunque uomo in meno (sparito) dal nostro blocco significava molte botte e conseguentemente parecchie morti.

“Noi nuovi arrivati eravamo assegnati al nostro lavoro, che era quello di mantenere pulita l’area intorno al blocco.
Questo, almeno, era quello che ci veniva detto dall’NCO (dovrebbe essere l’abbreviazione di qualche addetto militare) responsabile.

In realtà, il proposito era quello di soffocare anche l’ultima scintilla di spirito d’indipendenza che ancora poteva essere rimasta nei nuovi prigionieri, con una fatica pesante e senza senso, e di distruggere la poca dignità umana che ancora c’era.

Il lavoro continuava finché un nuovo gruppo di prigionieri con il triangolo rosa veniva portato al nostro blocco e noi venivamo rimpiazzati.
Il nostro lavoro, allora, era il seguente.

Al mattino dovevamo spalare la neve fuori dal nostro blocco dalla parte sinistra a quella destra della strada.
Nel pomeriggio dovevamo spalare la stessa neve dalla parte destra alla sinistra.

Non avevamo né carriole né badili per farlo, cosa che sarebbe stato troppo facile per noi ‘checche’. No, i nostri capi delle SS avevano pensato qualcosa di molto meglio.

Dovevamo usare i nostri cappotti con la parte che si abbottona a rovescio e gettare la neve nel container.

Questo comportava che dovevamo spalare la neve con le mani – le nostre mani, nude, perché non avevamo guanti. Lavoravamo in squadre di due.
Venti turni a spalare neve con le mani, e venti turni a portarla via. E così, fino a sera e tutto due volte!

“Questo tormento fisico e mentale durava sei giorni, finché i nuovi prigionieri dal triangolo rosa venivano mandati al nostro blocco e ci subentravano.

Le nostre mani erano tutte screpolate e mezze assiderate, e noi eravamo diventati schiavi indifferenti e ammutoliti delle SS.

“Ho saputo dai prigionieri che erano già stati nel nostro blocco per un bel po’ di tempo che in estate lo stesso lavoro veniva fatto con sabbia e terra.

Sul cancello della prigione del campo, comunque, era scritto in lettere maiuscole il pregnante slogan nazista: “Il lavoro rende liberi!”.

Testo originale: The men with the Pink Triangles

Alta vergogna

I bambini durante l'Olocausto


Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell'Olocausto. I Nazisti sostenevano che l'uccisione dei figli di persone ritenute "indesiderabili" o "pericolose" fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla "lotta di razza", sia quella che considerava l'eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall'altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell'esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come "inutili bocche da sfamare". Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi - insieme agli anziani, ai malati e ai disabili - per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse omuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell'Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini - tra i 5.000 e i 7.000 - eliminati nell'ambito del programma "Eutanasia"; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell'Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell'esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come "inutili bocche da sfamare". Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi - insieme agli anziani, ai malati e ai disabili - per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell'Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini - tra i 5.000 e i 7.000 - eliminati nell'ambito del programma "Eutanasia"; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell'Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

Le autorità tedesche incarcerarono anche un certo numero di bambini nei campi di concentramento e nei campi di transito. Medici delle SS e ricercatori usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella nel campo di Bergen-Belsen, e a molti altri orfani non-Ebrei i cui genitori erano stati uccisi dai soldati tedeschi e dalla polizia nelle operazioni contro i partigiani. Alcuni di questi orfani vennero detenuti per un certo periodo nel campo di concentramento di Lublino/Majdanek e in altri campi.

Nella loro folle ricerca di "sangue puro ariano", gli esperti della razza delle SS ordinarono che centinaia di bambini, nella Polonia e nell'Unione Sovietica occupate, venissero rapiti e trasferiti in Germania per essere adottati da famiglie considerate 'adeguate' dal punto di vista razziale. Nonostante queste decisioni fossero basate su princìpi ritenuti 'scientifici', spesso, invece, capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara bastarono a "guadagnarsi" l'opportunità di venire "germanificati". Inoltre, molte tra le donne polacche e sovietiche che erano state deportate in Germania per lavorare ebbero relazioni sessuali con uomini tedeschi, spesso costrette con la forza. Inevitabilmente, molte di loro rimasero incinte e, nel caso gli "esperti' determinassero che il nascituro non avesse abbastanza sangue tedesco, venivano costrette ad abortire, oppure a partorire in condizioni tali da garantire la morte del neonato.

Nonostante la loro estrema vulnerabilità, molti bambini rovarono il modo di sopravvivere all'Olocausto: ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all'interno dei ghetti, dopo aver portato fuori di nascosto beni personali da poter scambiare. Altri, appartenenti ai movimenti giovanili, parteciparono alle attività della Resistenza clandestina. Molti altri ancora riuscirono a fuggire con i propri genitori, o con dei parenti - e alcune volte anche da soli - e a rifugiarsi nei campi per famiglie creati dai partigiani ebrei.


E mi fermo quì, perchè ci sarebbe da dire molto di più...

Ma dico io, questi fanatici del diavolo, che fanno delle atriocità un trofeo di forza, in realtà sono dei poveri dementi, i vigliacchi più vigliacchi che la socetà moderna possa mai partorire ,un insulto all'amore e all'intelligenza umana , inrispettosi della dignità della persona, che ce ne facciamo?

La gente deve dire basta a queste cose!

Chiedo perdono all'admin Fab. e ai moderatori, per aver scritto un post così lungo, ma quando si parla di deboli, bambini anziani ecc..parto in quarta, caspita gli innocenti non si toccano ne adesso ne mai, i bambini hanno le ali guai a chi sporca la loro innocenza..
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nomadi jugoslavi.

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lilianlove
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Messaggio da lilianlove »

PER NON DIMENTICARE MAI

Nel campo di Auschwitz

Una notte di luglio del 1941 i prigionieri del lager di Auschwitz furono scossi da un brivido di terrore: un detenuto del 14 blocco, eludendo la severa vigilanza delle guardie, era fuggito. Ciò voleva dire che dieci di loro, scelti a caso, sarebbero stati gettati per rappresaglia nel bunker della morte.

Difatti al mattino, dopo l'appello, il comandante del campo passa tra i prigionieri irrigiditi sull'attenti e indica ad uno ad uno dieci sventurati che, ad un ordine secco, escono dalle file. Sono tutti uguali. Solo un numero li distingue.
S'avviano in silenzio verso la morte, rassegnati. Ma uno, l'ultimo prescelto, invoca pietà, urlando che ha moglie e figli.
Allora, un altro prigioniero si fa avanti. Dice: "Sono un sacerdote cattolico" e si offre di morire invece del compagno. E' il numero 16670. E' padre Kolbe.
I tedeschi lo hanno arrestato il 17 febbraio 1941 e lo hanno internato nel campo di Auschwitz. Gli hanno tagliato la lunga barba da missionario e i capelli scuri; gli hanno tolto l'abito religioso per la casacca di prigioniero.
Con passo sicuro il frate raggiunse il gruppetto dei condannati a morte. Dopo un attimo di sorpresa e di esitazione, il comandante ha accettato lo scambio. "Un pretonzolo in meno" ha detto.
Spogliati di ogni indumento, i dieci prigionieri vengono rinchiusi in una cella sotterranea, a morirvi d'inedia. Ma dal bunker della morte non si levano, nè allora nè poi, grida di disperazione o lamenti.
S'ode dapprima un lieve mormorio di preghiera, poi l'accento chiaro d'un canto di lode a Dio e alla Vergine Immacolata. la presenza di padre kolbe trasforma il lugubre sotterraneo in un oratorio adente di fede.
Col trascorrere lento dei giorni, i prigionieri vanno spegnendosi ad uno a uno. padre Massimiliano, lui, il più gracile di tutti, è il più duro a morire. Dopo diciotto giorni di agonia, riceve il colpo di grazia da un iniezione di acido fenico. e spira nudo sulla nuda terra.

PS:UN PROGETTO D'AMORE
Leggi dominanti oggi in laga misura sono l'interesse e l'efficienza.
per questo poche cose hanno altrettanta forza dirompente quanto il gesto gratuito del dono, per chè contraddice la logica arida del profitto.
E' un gesto di libertà assoluta, ispirato ad autentici valori: come l'amicizia, il rispetto, la dedizione. E' come un ritrovare la propria identità, per abdicare alle nostre migliori qualità e al gusto di vivere.
Donarsi, vuol dire corrispondere in modo efficente alle aspirazioni più vere del nostro essere, realizzando pienamente se stessi.
Si vive perchè si ama; si muore, o si è già morti, quando non si ama più. Ma perfino l'amore più sano e generoso rischia di essere contagiato di egoismo, se non trova una potenza diversa che lo salvi.
Ogni uomo sa che i sentimenti che accompagnano il dono valgono più della quantità dei beni che si offrono. L'annuncio cristiano, rivalutando il profondo senso di gratuità, porta un "di più" che trasforma l'amore in un comandamento di assoluta novità.
Solo il CREATORE suscita l'amore che ti fa scoprire nell'altro la creatura modellata a immagine del Creatore, chiamata a divenire suo figlio erede.

In questi campi di stermino dove la morte, la cattiveria, la ferocia, l'umiliazione, erano un iniezione quotidiana, là dove il male più atroce manifestava tutti i suoi tentacoli, su cavie umane, giovani, anziani, bambini ecc.. Dove si percepiva dalle fredde baracche l'odore di quei corpi devastati, amucchiati uno sopra l'altro come in una discarica di macerie, la preghiera innalzata al cielo non mancava, grande la fede dei prigionieri fino al giorno della loro fine, ma non tutti morirono, i superstiti oggi come oggi ancora raccontano, l'esperienza di morte ai giovani delle scuole. Avere il piacere di ascoltare quei racconti vol dire immergersi nel mare del male per poi riemergere ringraziando Dio di tutto quello che noi abbiamo e non sappiamo d'avere. Apprezzando anche le più piccole cose del quotidiano che spesso si danno per scontate. Ma non c'è nulla di scontato nella vita, in quanto questa meravigliosa avventura terrena è lasticata per tutti da una certa dose dil dolore(anche in mezzo alla gioia). Quindi non dimentichiamo mai chi come noi non è stato altrettanto fortunato, ripetiamo MAI PIU'

Arbeit Macht Frei"

lilianlove


"Arbeit Macht Frei" (Il lavoro rende liberi) era l’insegna sopra il cancello di Auschwitz. Fu posta lì dal maggiore Rudolph Höss, comandante del campo.

Sembra che egli non la intendesse come una beffa, e nemmeno che l’intendesse letteralmente, come falsa promessa che coloro che avessero lavorato fino all’esaurimento sarebbero stati infine liberati, ma piuttosto come una qualche dichiarazione mistica che il sacrificio di sé sotto forma di infinita fatica arreca, in effetti, una sorta di intrinseca libertà spirituale.

Il Blocco 10 era la baracca degli esperimenti medici ad Auschwitz. Medici tedeschi, la maggior parte dei quali partecipava alle selezioni, chiesero il permesso di venire a lavorare nel Block 10 ad Auschwitz con soggetti umani.

Il Blocco 10 era un bilancio d’orrori. Essere un soggetto sperimentale poteva prolungare la vita, o porvi fine immediatamente. Un prigioniero qui assegnato poteva affrontare prove dermatologiche di reazione a sostanze relativamente benigne, o ricevere un’iniezione di fenolo nel cuore per la dissezione immediata. Qui regnava il Dott. Mengele, il più malvagio degli uomini ad Auschwitz; il Dott. Ernst B. protesse e salvò qui molti internati.

Il Blocco 10 era nella sezione maschile del campo, ma la maggior parte dei suoi internati erano donne. Anche le prostitute erano alloggiate qui, a beneficio della "élite" dei prigionieri.

Dott. Clauberg - sterilizzazione tramite iniezione

Il suo metodo era quello di iniettare una sostanza caustica all’interno della cervice, in modo da ostruire le tube di Falloppio. Come soggetti sperimentali sceglieva donne sposate tra i venti e i quarant’anni, preferibilmente quelle che avevano avuto figli… Aveva fatto esperimenti con diverse sostanze, ma faceva un gran mistero sull’esatta natura di ciò che usava, presumibilmente intento a proteggere una qualche scoperta medica da ricercatori concorrenti…
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Van Guard
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Messaggio da Van Guard »

Auschwitz? Un giovane tedesco su 5 non sa cos'è

Il 31% dei tedeschi non sa dire dov'è, secondo un sondaggio di Stern


Berlino, 26 gen. (TMNews) - Circa un tedesco su cinque tra i 18 e i 29 anni non sa che Auschwitz era un campo di sterminio nazista. Lo rivela un sondaggio commissionato da Stern per la Giornata della memoria, che cade venerdì 27 gennaio.

Circa un terzo degli intervistati (31%), inoltre, non sa dire dove si trova Auschwitz. La ricerca, condotta dall'istituto Forsa tra il 19 e il 20 gennaio su un campione di mille persone circa, mostra inoltre che il 40% dei tedeschi vorrebbe poter tracciare una linea con il passato, una cifra in calo, in confronto al 1994, quando a voler dimenticare tutto era il 54% degli intervistati.

Anche se la maggioranza si dice interessata dal passato, il 65% dei tedeschi afferma di non sentire delle responsabilità particolari in merito alle altre persone a causa della storia. Dal 2000 il 27 gennaio si celebra la giornata della Memoria per ricordare la liberazione del campo di Auschwitz da parte dell'Armata rossa nel 1945.


fonte: TMNews
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Tufkad
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Messaggio da Tufkad »

Van Guard ha scritto:Circa un terzo degli intervistati (31%), inoltre, non sa dire dove si trova Auschwitz.
Non per essere polemico, ma secondo te quanti in Italia lo sanno?
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Messaggio da the_love_thief »

Tufkad ha scritto:Non per essere polemico, ma secondo te quanti in Italia lo sanno?
conoscenze geografiche a parte, è grave non sapere cosa fosse e cosa ha significato.
Circa un tedesco su cinque tra i 18 e i 29 anni non sa che Auschwitz era un campo di sterminio nazista.
come se uno se ne uscisse chiedendo: 'ma dai, e quand'è che l'Italia è stata una dittatura?'

nessuna polemica neanche da me, ma troppo spesso la lontananza temporale da un evento sembra giustificarne l'ignoranza. e non parliamo neanche di secoli fa.
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Messaggio da Van Guard »

Quoto the_love_thief.
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Messaggio da unokonomiyaki »

Freestate ha scritto:credevo si parlasse di come i giovani che oggi sono nelle scuole medie superiori siano affascinati da simbologie ed atteggiamenti che solo vent'anni fa sarebbero stati condannati ed oggi invece vengono considerati come una cosa tutto sommato banale. L'indifferenza uccide più dei coltelli.
... mi suggerisci uno spunto per una lettura consigliata:

Hanna Arendt: "La banalità del male".

"Nel suo resoconto del processo ad Eichmann per il New Yorker (che divenne poi il libro "La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme" (1963)) la Arendt ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale: anzi è proprio l'assenza di radici, di memoria, del non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con se stessi (dialogo che la Arendt definisce "due in uno" e da cui secondo lei scaturisce e si giustifica l'azione morale) che uomini spesso banali si trasformano in autentici agenti del male. È questa stessa banalità a rendere, com'è accaduto nella Germania nazista, un popolo acquiescente quando non complice con i più terribili misfatti della storia ed a far sentire l'individuo non responsabile dei suoi crimini, senza il benché minimo senso critico."

http://it.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt

http://www.filosofico.net/are1njklasddt2.htm
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Messaggio da Freestate »

arieccoli, usciti dalle fogne come al solito...

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cr ... 9762.shtml
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Messaggio da Mithrandir79 »

the_love_thief ha scritto:come se uno se ne uscisse chiedendo: 'ma dai, e quand'è che l'Italia è stata una dittatura?'

nessuna polemica neanche da me, ma troppo spesso la lontananza temporale da un evento sembra giustificarne l'ignoranza. e non parliamo neanche di secoli fa.
Io ci scommetterei che una bella percentuale di italiani alla tua domanda non saprebbe cosa rispondere o risponderebbe in modo sbagliato! :? :roll:
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