giàbonovoxx81 ha scritto:Molto simili tra loro “Secret to the End” e “My Little Universe”
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Soffermandomi a leggere la penultima domanda dall'intervista su "Mojo"a Dave, devo dire che di questo aneddoto non ne ero proprio a conoscenza...
Describe a typical day when you’re not making a Depeche album or touring.
I wake up very early, 5am is normal, because I’ve always had trouble sleeping since I was a kid. I used to sleep walk, or have sleep paralysis.
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Interessante recensione:
http://www.rock-metal-essence.com/2013/ ... sione.html
Le grandi band non invecchiano mai, neanche dopo più di dieci fatiche in studio, e i Depeche Mode, ancora una volta, confermano come il tempo non passi mai per loro. Trent'anni e più di attività non si fanno sentire, il trio inglese continua instancabile il proprio tour di concerti e il lavoro di songwriting, pubblicando uno dei dischi più attesi del 2013, "Delta Machine", quattro anni dopo l'ultimo "Sounds of the Universe".
Innanzitutto, non si potrebbe trovare un lavoro debole o brutto targato Depeche Mode, neanche tra gli ultimi dischi pubblicati e spesso ingiustamente denigrati rispetto ai primi, ma che - secondo chi scrive - rappresentano alla perfezione la maturità artistica che i Depeche Mode hanno raggiunto e che (udite udite!) contengono delle perle che neanche il Martin Gore degli anni '80 più floridi avrebbe potuto scrivere.
Con "Delta Machine" Gahan e compagni abbandonano la strada percorsa fin qui e si buttano indietro nel tempo: francamente nessuno si aspettava un ritorno ai primi anni '90, ed è impossibile non sottolineare come quest'album sia il perfetto seguito del mood di "Songs of Faith and Devotion".
Già il primo singolo, "Heaven", rappresenta questa direzione. Beat molto lenti, marziali, solenni lasciano spazio ad un blues sintetico, come è stato definito da molti, rendendo l'atmosfera ancora più cupa del periodo oscuro del trio inglese. Come non citare poi "Welcome To My World", all'apparenza molto dark, introspettiva, ma che cambia completamente interpretazione appena parte il refrain orchestrale? Quale migliore introduzione per un disco del genere? Snobbata dalla critica, è sicuramente un episodio importante del disco, poiché si tratta di un vero e proprio invito all'ascolto del disco che porta in modo quasi naturale alla successiva "Angel", dall'incidere molto più aggressivo e che in quasi quattro minuti diventa molto, molto più dolce. Dopo il già citato singolo, caratterizzato da un'interpretazione sofferente e passionale del buon Gahan, è il turno di "Secret to the End", forse l'unico pezzo che ricorda i nuovi Depeche Mode. Nessuna novità, un buon brano caratterizzato dal pulito timbro compositivo di Dave Gahan, che si rifà stavolta anche a "Violator". Sporchissimi invece "My Little Universe" e "Slow", due ottimi episodi che cambiano ancora strada: il primo è evidentemente influenzato dalla musica 8-bit, techno (decisamente insolito per gli standard della band), mentre "Slow" riprende l'attitudine gospel di "Heaven", risultando anche molto strano dal punto di vista armonico: di diritto tra i migliori pezzi di "Delta Machine".
La macchina del tempo ci riporta nuovamente indietro con "Broken" e "Soft Touch / Raw Nerve", precisamente nel periodo di "Black Celebration" e ciò non può non essere un vero e proprio piacere per i fan, che hanno dimostrato di amare alla follia "Broken" (in particolare il fantastico ritornello, da riascoltare per ore, praticamente perfetto), mentre la seconda canzone è evitabilissima (una canzoncina pop anni '90). "The Child Inside" è uno dei brani lenti, malinconici e sottili del trio, che posto a metà di "Delta Machine" lascia respirare l'ascoltatore prima di prepararsi alla parte finale. Il secondo singolo "Soothe My Soul" è una fotocopia di "Personal Jesus" (soprattutto nei pattern ritmici), ed è davvero un peccato perché poteva davvero essere un bel pezzo senza la prolissità che lo caratterizza. "Should Be Higher" e "Alone" sono buone canzoni, prese dal repertorio degli ultimi album e influenzate anche dagli How To Destroy Angels di Trent Reznor (non solo qui, però). "Goodbye" suona molto come commiato finale: commiato finale che riassume ciò che è questo nuovo album, cosa sono i Depeche Mode ora. L'impressione finale è decisamente positiva: ma cosa avranno mai voluto dire Gahan, Gore e Fletcher con questo "Delta Machine"? Per capirlo ci vorranno un po' di ascolti, ma se all'apparenza questo potrebbe sembrare un semplice ritorno al passato, si scopre poi come i tre abbiano fatto il lavoro più coraggioso della loro carriera, un vero e proprio salto nel vuoto riuscito molto bene, a parte due o tre canzoni. La vera novità è la particolare attenzione non ai contenuti (molti dei quali già sentiti, triti e ritriti), ma alle forme, con particolarissimi accenti blues fortemente marcati: ed è proprio per questo che consigliamo l'ascolto di "Songs of Faith and Devotion" a chi non lo avesse ancora fatto.
IN PAROLE POVERE...
E quindi, dopo più di sei lustri, i Depeche Mode non hanno ancora sbagliato un colpo. Anzi, con quest'album si aprono nuove prospettive al futuro, segno che i tre sono cambiati e stanno cambiando ancora, anche se lo fanno in modo molto velato: "Delta Machine" non è altro che un'offesa, un pugno nello stomaco per i denigratori degli ultimi album: un ritorno al passato che viene rivisitato in chiave moderna. In conclusione, i Depeche Mode stanno davvero invecchiando, ma con una consapevolezza ed una maturità che moltissimi altri artisti invidieranno e non riusciranno mai a raggiungere.
http://www.rock-metal-essence.com/2013/ ... sione.html
Le grandi band non invecchiano mai, neanche dopo più di dieci fatiche in studio, e i Depeche Mode, ancora una volta, confermano come il tempo non passi mai per loro. Trent'anni e più di attività non si fanno sentire, il trio inglese continua instancabile il proprio tour di concerti e il lavoro di songwriting, pubblicando uno dei dischi più attesi del 2013, "Delta Machine", quattro anni dopo l'ultimo "Sounds of the Universe".
Innanzitutto, non si potrebbe trovare un lavoro debole o brutto targato Depeche Mode, neanche tra gli ultimi dischi pubblicati e spesso ingiustamente denigrati rispetto ai primi, ma che - secondo chi scrive - rappresentano alla perfezione la maturità artistica che i Depeche Mode hanno raggiunto e che (udite udite!) contengono delle perle che neanche il Martin Gore degli anni '80 più floridi avrebbe potuto scrivere.
Con "Delta Machine" Gahan e compagni abbandonano la strada percorsa fin qui e si buttano indietro nel tempo: francamente nessuno si aspettava un ritorno ai primi anni '90, ed è impossibile non sottolineare come quest'album sia il perfetto seguito del mood di "Songs of Faith and Devotion".
Già il primo singolo, "Heaven", rappresenta questa direzione. Beat molto lenti, marziali, solenni lasciano spazio ad un blues sintetico, come è stato definito da molti, rendendo l'atmosfera ancora più cupa del periodo oscuro del trio inglese. Come non citare poi "Welcome To My World", all'apparenza molto dark, introspettiva, ma che cambia completamente interpretazione appena parte il refrain orchestrale? Quale migliore introduzione per un disco del genere? Snobbata dalla critica, è sicuramente un episodio importante del disco, poiché si tratta di un vero e proprio invito all'ascolto del disco che porta in modo quasi naturale alla successiva "Angel", dall'incidere molto più aggressivo e che in quasi quattro minuti diventa molto, molto più dolce. Dopo il già citato singolo, caratterizzato da un'interpretazione sofferente e passionale del buon Gahan, è il turno di "Secret to the End", forse l'unico pezzo che ricorda i nuovi Depeche Mode. Nessuna novità, un buon brano caratterizzato dal pulito timbro compositivo di Dave Gahan, che si rifà stavolta anche a "Violator". Sporchissimi invece "My Little Universe" e "Slow", due ottimi episodi che cambiano ancora strada: il primo è evidentemente influenzato dalla musica 8-bit, techno (decisamente insolito per gli standard della band), mentre "Slow" riprende l'attitudine gospel di "Heaven", risultando anche molto strano dal punto di vista armonico: di diritto tra i migliori pezzi di "Delta Machine".
La macchina del tempo ci riporta nuovamente indietro con "Broken" e "Soft Touch / Raw Nerve", precisamente nel periodo di "Black Celebration" e ciò non può non essere un vero e proprio piacere per i fan, che hanno dimostrato di amare alla follia "Broken" (in particolare il fantastico ritornello, da riascoltare per ore, praticamente perfetto), mentre la seconda canzone è evitabilissima (una canzoncina pop anni '90). "The Child Inside" è uno dei brani lenti, malinconici e sottili del trio, che posto a metà di "Delta Machine" lascia respirare l'ascoltatore prima di prepararsi alla parte finale. Il secondo singolo "Soothe My Soul" è una fotocopia di "Personal Jesus" (soprattutto nei pattern ritmici), ed è davvero un peccato perché poteva davvero essere un bel pezzo senza la prolissità che lo caratterizza. "Should Be Higher" e "Alone" sono buone canzoni, prese dal repertorio degli ultimi album e influenzate anche dagli How To Destroy Angels di Trent Reznor (non solo qui, però). "Goodbye" suona molto come commiato finale: commiato finale che riassume ciò che è questo nuovo album, cosa sono i Depeche Mode ora. L'impressione finale è decisamente positiva: ma cosa avranno mai voluto dire Gahan, Gore e Fletcher con questo "Delta Machine"? Per capirlo ci vorranno un po' di ascolti, ma se all'apparenza questo potrebbe sembrare un semplice ritorno al passato, si scopre poi come i tre abbiano fatto il lavoro più coraggioso della loro carriera, un vero e proprio salto nel vuoto riuscito molto bene, a parte due o tre canzoni. La vera novità è la particolare attenzione non ai contenuti (molti dei quali già sentiti, triti e ritriti), ma alle forme, con particolarissimi accenti blues fortemente marcati: ed è proprio per questo che consigliamo l'ascolto di "Songs of Faith and Devotion" a chi non lo avesse ancora fatto.
IN PAROLE POVERE...
E quindi, dopo più di sei lustri, i Depeche Mode non hanno ancora sbagliato un colpo. Anzi, con quest'album si aprono nuove prospettive al futuro, segno che i tre sono cambiati e stanno cambiando ancora, anche se lo fanno in modo molto velato: "Delta Machine" non è altro che un'offesa, un pugno nello stomaco per i denigratori degli ultimi album: un ritorno al passato che viene rivisitato in chiave moderna. In conclusione, i Depeche Mode stanno davvero invecchiando, ma con una consapevolezza ed una maturità che moltissimi altri artisti invidieranno e non riusciranno mai a raggiungere.
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Come mesilver wing ha scritto:Soffermandomi a leggere la penultima domanda dall'intervista su "Mojo"a Dave, devo dire che di questo aneddoto non ne ero proprio a conoscenza...![]()
Describe a typical day when you’re not making a Depeche album or touring.
I wake up very early, 5am is normal, because I’ve always had trouble sleeping since I was a kid. I used to sleep walk, or have sleep paralysis.
Suppongo sia dovuto al fatto che Dave generalmente ha sempre sofferto, in linea di massima, di stress e depressione (ricondotte soprattutto ai primi successi).
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Depeche Mode's Dave Gahan on 'Delta Machine,' inspiring Frank Ocean, and what his band has in common with Led Zeppelin
http://music-mix.ew.com/2013/04/12/depe ... a-machine/
http://music-mix.ew.com/2013/04/12/depe ... a-machine/
Delta Machine-canzoni di fede e devozione (questa definizione non mi è nuova)
http://www.ilsussidiario.net/News/Music ... /2/378028/
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Grande Martin! 
Conferma che Cristoffer Berg è stato molto importante. Finalmente hanno trovato qualcuno bravo con le macchine e con cui hanno un buon rapporto.
Se tanto mi dà tanto "un team di produzione è nato"! (op.cit.DM)
A questo punto forse un po' mi spiace se la prossima volta non dovesse esserci più Hillier... forse abbiamo esagerato con lui... magari non è poi quello scarsone che credevamo...
Conferma che Cristoffer Berg è stato molto importante. Finalmente hanno trovato qualcuno bravo con le macchine e con cui hanno un buon rapporto.
Se tanto mi dà tanto "un team di produzione è nato"! (op.cit.DM)
A questo punto forse un po' mi spiace se la prossima volta non dovesse esserci più Hillier... forse abbiamo esagerato con lui... magari non è poi quello scarsone che credevamo...
secondo me hillier a sto giro ha fatto più il coordinatore/supervisore d'ensemble rispetto ai primi due album.
Berg invece è stato determinante in alcune soluzioni sonore e di arrangiamento. magari se al prossimo progetto se lo portano appresso in studio, potrebbero dargli più spazio e farlo diventare un pseudo quarto uomo.
E infine, da londra, c'è stata l'accoppiata Miller/Flood (quest'ultimo coadiuvato da Rob Kirwan) a confezionare in maniera egregia il tutto.
Berg invece è stato determinante in alcune soluzioni sonore e di arrangiamento. magari se al prossimo progetto se lo portano appresso in studio, potrebbero dargli più spazio e farlo diventare un pseudo quarto uomo.
E infine, da londra, c'è stata l'accoppiata Miller/Flood (quest'ultimo coadiuvato da Rob Kirwan) a confezionare in maniera egregia il tutto.
- daniemt
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- Località: from mister Frank
Mi vien da dire che l associazione del blues con il blues elettronico non puo coesistere...sul significato stesso e delle differenze tra due diverse tipologie musicali.unokonomiyaki ha scritto:http://www.20minutes.fr/culture/1124597 ... ectronique
E' come associare l insalata e l insalata fruttata, o il vino col vino cocacolato...
Sarà sulla stessa metodologia di costruzione della melodia, ma il risultato non puo essere lo stesso.
Uno cosa pensi?
- il quarto uomo
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- Iscritto il: lun set 12, 2005 1:53 pm
- Località: Oristano
il quarto uomo sono iostjarna15 ha scritto:secondo me hillier a sto giro ha fatto più il coordinatore/supervisore d'ensemble rispetto ai primi due album.
Berg invece è stato determinante in alcune soluzioni sonore e di arrangiamento. magari se al prossimo progetto se lo portano appresso in studio, potrebbero dargli più spazio e farlo diventare un pseudo quarto uomo.
E infine, da londra, c'è stata l'accoppiata Miller/Flood (quest'ultimo coadiuvato da Rob Kirwan) a confezionare in maniera egregia il tutto.


